domenica 13 gennaio 2013

Intervista a Gini Dupasquier (seconda parte)

Riprendiamo la chiacchierata con Gini Dupasquier, iniziata mercoledì 9 gennaio. La trovate cliccando qui.

Come promemoria ricordiamo che Gini Dupasquier è la fondatrice di DONNALAB, società di consulenza specializzata nell’inclusione e sviluppo delle donne nelle aziende. 
Nata a Milano, si è laureata in Economia Aziendale presso l'Università Bocconi. Ama viaggiare, i gatti, i cavalli e ha due figlie piccole. Prima di dedicare le sue energie a promuovere il valore del “gender balance", Gini ha lavorato in Accenture e IMS Health dove ha maturato la propria esperienza di consulenza e ricerca di mercato. Dal 2012 è nel Board di PWA - Professional Women Association of Milan con il ruolo di Professional Development Director & Mentoring Program Leader.
La trovate ovviamente anche su Twitter.

Ci interessa molto sapere come Gini agisce dato che si impegna per assicurare a tutte le donne una equa e corretta opportunità nel mondo del lavoro. Lungi dal pretendere quote di qualsiasi colore, cerca di ottenere un cambio di mentalità che permetta alle donne di non dover scegliere tra professione e vocazione, ma di favorire un ambiente professionale che valorizzi la genialità femminile senza che questo comporti la necessità di fare scelte di vita radicali. O viceversa. 

Nella prima parte di questa intervista ci ha raccontato quella parte della sua storia che l'ha spinta a dare vita a Donnalab e a impegnarsi per il work-familylife balance. Proseguiamo dunque la chiacchierata con lei.






Che caratteristiche ha una azienda "women best friend"? Ce ne sono in Italia? e nel mondo? 
Le stiamo cercando!
Un’azienda women-friendly dovrebbe essere:
- realmente meritocratica 
- con un’organizzazione del lavoro flessibile in termini spazio-temporali 
- con possibilità di carriera non lineari 
- con servizi di supporto alla genitorialità 
- capace di gestire i periodi di maternità e paternità in modo strutturato e razionale
Aziende che si sono avvicinate con successo a questi temi in Italia sono, ad esempio, Luxottica, Nestlé, Microsoft.


Nuria Chinchilla, professoressa dello IESE di Barcellona, recentemente intervenuta a Milano nell'ambito del congresso svoltosi in occasione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie, insieme a numerosi studi sul work-family life balance, ha promosso un concorso per individuare l'azienda europea che facilita maggiormente l'equilibrio tra vita di famiglia e vita professionale.   Pensi che attività come questa siano d'aiuto?
Certamente! Conosco il lavoro della Chinchilla, opinion leader in materia di work life balance, e sono convinta che pubblicizzare le best practices abbia il duplice beneficio di fungere da ispirazione per alcune aziende e da stimolo competitivo per altre.
Oltre alla Chinchilla, trovo estremamente interessante il lavoro di Avivah Wittenberg Cox, l’inventrice della womenomics.

Come esergo al suo libro, che non mi risulta tradotto in italiano dall'orginale spagnolo  L'ambicion feminina, Nuria Chinchilla ha posto questa frase "la donna che vuole assomigliare ad un uomo manca di ambizione": secondo te è vero?
Mi hai strappato un sorriso. Quello che penso però, seriamente, è che la vita delle donne oggi sia realmente molto più complicata di quella di un uomo…

Equilibrare vita professionale e vita di famiglia è davvero possibile? Come? Anche sognando come sarebbe il mondo ideale per permettere questa conciliazione?
Se immaginiamo un mondo ideale, per avere un miglior equilibrio vita-lavoro serve un cambio nella cultura aziendale, più servizi, ma soprattutto è importante affrontare il nodo della condivisione delle responsabilità familiari. Scardinando il concetto che la cura della famiglia sia compito esclusivo della donna. E quindi ben venga qualunque esperimento sul congedo di paternità obbligatorio, un provvedimento simbolico ma di sicuro impatto.

Che cosa gli uomini dovrebbero cambiare assolutamente nel modo di affrontare la questione? Che cosa rimproveri loro?
Molti uomini in realtà non affrontano affatto la questione. Pensano, più o meno in  buona fede, che sotto sotto alle donne non interessi veramente la carriera e che appena potranno si chiameranno fuori per dedicarsi alla  famiglia. Vivono in pratica tutto quello di cui abbiamo parlato fino ad ora come un “non problema”.

E che cosa le donne dovrebbero cambiare assolutamente nel modo di affrontare la questione? Che cosa rimproveri loro?
Le donne devono “crederci” e non iniziare a “rallentare” o porsi limiti nel loro sviluppo di carriera pensando che tanto comunque alla fine verranno fatte fuori: “don’t leave before you leave” diceva Sheryl Sandberg, la COO di Facebook, nel suo famoso TED Talk.


Come può la scuola aiutare le bambine e le ragazze a sviluppare il sano senso di orgoglio per la propria femminilità, intesa come qualità specifiche della donna, e valorizzarle al meglio? E la famiglia? Che cosa dovrebbe fare?
Trovo che sia a scuola che in famiglia bisogna stare attentissimi a non rafforzare gli stereotipi inducendo divisioni e differenze che i bambini piccoli non sentono. Quante volte vediamo genitori che prendono in giro o scoraggiano un bimbo se gioca con le bambole insieme alla sua amica? Oppure rimproverano il bambino pauroso o insicuro dicendogli di non fare la “femminuccia”?
Molti anni sono passati dal libro della Bellotti “Dalla parte delle bambine” e trovo che oggi bisogna stare attenti soprattutto al condizionamento che si esercita sui maschietti ed evitare  che già in età prescolare si gettino le basi per una separazione artificiale.

In che modo la rete può aiutare a costruire la consapevolezza su questa differenza che deve essere il presupposto per pari dignità e valorizzazione delle peculiarità?
La rete è un amplificatrice del dibattito sull’importanza di accrescere la presenza delle donne nel mondo del lavoro di cui io sono, insieme a tanti altri, appassionata partecipante.

Hillary Clinton si batte da tempo per sostenere l'importanza delle scuole single sex come strumento per il rafforzamento dell'indennità femminile e per offrire maggiori opportunità alle ragazze. I risultati negli USA hanno dimostrato che nelle minoranze e nelle zone a rischio questa soluzione ha permesso a molte ragazze di ottenere risultati straordinari e accedere a college prestigiosi: l'intervento della Clinton è stato decisivo in questo. Che cosa ne pensa?
Ho assistito recentemente alla presentazione di una ricerca in Bocconi che discuteva la stessa tesi. Si dimostrava che nelle classi esclusivamente femminili la percentuale di studentesse che sceglie materie scientifiche è molto superiore a quella delle classi miste, e tale differenza sembrerebbe imputabile ad un inconscio condizionamento che le studentesse delle classi miste subiscono verso la scelta di materie più tradizionalmente “femminili”. E’ uno spunto di riflessone interessante, però allo stesso tempo penso che nell’età formativa sia importante imparare a relazionarsi con occhi curiosi e aperti a tutte le diversità. 

Come vedi il futuro del nostro paese da qui a 5 anni sul tema donne e lavoro?
La mia visione a 5 anni del nostro paese è per principio e per mia filosofia di vita positiva!
Siamo in un momento di grande cambiamento, il dibattito e la spinta sull’importanza di valorizzare la presenza delle donne nell’economia è quanto mai attuale.
Quindi ci sono le premesse per realizzare da qui a 5 anni un paese migliore.
Con alcune aree di attenzione:
- Non sprechiamo l’occasione della legge sulle quote di genere. Aziende: utilizzate davvero il criterio meritocratico e scegliete donne nuove e con le competenze giuste. Ce ne sono molte, come dimostrano le liste di nomi eccellenti promosse da diverse associazioni femminili, ad esempio PWA e la lista Ready For Board. Non utilizzate sotterfugi solo per riempire la casella “donne” nominando delle innocue “presta faccia”, datevi una chance per sperimentare un possibile miglioramento della governance dei vostri board.
- Uomini: senza di voi nessun cambiamento è possibile. Se siete padri avete la possibilità di ritagliarvi un ruolo nuovo nella famiglia e forse negli anni vedremo l’impatto positivo di questo modello sulla personalità degli uomini e delle donne di domani.
- Donne: non rinunciate in partenza. C’è bisogno di nuovi role models, noi possiamo esserlo per le nostre figlie o per le giovani donne che entrano nel mondo del lavoro. E voi, donne che siete già al top, sta a voi sostenere e spianare la strada per quelle che verranno.

















venerdì 11 gennaio 2013

Futuro semplice: il mondo di Rosa Giuffré





(le foto che trovate sotto rappresentano l'arte poetico-pittorica di Ivan Poeta di Strada - grazie!)

Tra gli aspetti piacevoli del web c’è la facilità di incontrare persone che difficilmente altrimenti incroceresti, perdendo l’occasione di arricchirti grazie alle loro qualità Rosa Giuffré è una di queste persone speciali che la rete mi ha permesso di incontrare.

La passione che la contraddistingue è pari alla sua onestà intellettuale e alla capacità di metterci la faccia per quei valori che è bene non negoziare. Si definisce “Communication Manager, Blogger, con la passione per i Social e l'organizzazione di eventi”.  La sua formazione avviene soprattutto nel mondo dell’arte e della grafica, che in un certo senso è la versione business della creazione pittorica. La sua attività imprenditoriale in questo settore è stata spenta da un allagamento che ha sommerso i suoi sogni insieme ai suoi macchinari. Indomita si è riscoperta marketer e dopo aver lavorato in Avon Cosmetics con la mansione di Art Director ha svolto attività per alcune aziende che operano nel campo industriale B2B come Responsabile Comunicazione.

“È grazie a questi ultimi anni che ho capito quale fosse la mia reale passione: gestire, organizzare e pianificare la comunicazione aziendale e gli eventi ad essa annessi. Sono una inquieta, mi piace essere sempre impegnata mentalmente. È così che nel 2011 è nata la mia passione per i social media: da una parte una necessità di aggiornamento, dall'altra un richiamo a scrivere e condividere che mi ha spinto ad aprire il mio blog che ho chiamato futurosemplice. In soli sei mesi questo spazio mi ha regalato talmente tante soddisfazioni che non riuscirei ad elencarle: nuovi amici, nuove opportunità professionali, collaborazioni con altri blogger, accrescimento personale e umano. futurosemplice (che spero diventerà presto la mia principale occupazione) sta diventando insomma un progetto sempre più concreto che si sta sviluppando su più fronti: 

1) La mia presenza on-line come blogger, il supporto ad eventi ai quali sono invitata (live-blogging) e lo sviluppo di collaborazioni. Ad esempio collaboro con il blog Artera 
2) promozione e educazione all'utilizzo dei social media (non solo per aziende) con eventi e momenti formativi/ludici organizzati ad hoc”.

Già da queste prime righe si comprende il valore di una esplosiva Rosa che fatica a contenere la sua voglia di comunicare.
Pubblicheremo in due puntate la sua intervista che merita l’attenzione per capire di più non tanto o solo di una persona, ma di un mondo che Rosa e i suoi blog vogliono trasmetterci: quello del bello che è costuito sul vero.

Perché “futuro semplice”? Non è un nome impegnativo per un blog?

Ciao Paolo, prima di tutto grazie... è la mia prima intervista e sono un po' emozionata... spero che riuscirò a raccontare qualcosa in più di me... :-) 

Futurosemplice riunisce la mia vita e le mie passioni. Quando ho pensato al nome per il mio blog ho cercato qualcosa che riassumesse tutto questo in modo chiaro. Il 2012 per me è stato un anno veramente intenso, difficile, avevo bisogno di uno sfogo, uno spazio in cui lasciare fluire liberamente le mie idee. In un momento storico veramente pesante, nel quale spesso oltre alle difficoltà che ognuno di noi vive quotidianamente, molti sembrano godere nel farci vivere con ansia la nostra giornata (quasi non ci fosse più concesso di  sperare in un futuro migliore) mi è sembrato naturale chiamare questo mio piccolo e prezioso spazio “futurosemplice: easy future for complicated people”. Il futuro sarà semplice, è la gente che spesso è troppo complicata, presa dalla frenesia, senza più essere in grado di riconoscere ciò che realmente serve alla nostra vita. Futurosemplice è quindi prima di tutto una filosofia e uno stile di vita che pone attenzione alle relazioni, alla persona che viene prima di essere un “semplice” account. È un saluto, un augurio, un modo per interagire con altre persone. Ma non solo. La mia passione è da sempre la comunicazione, soprattutto mi piace analizzarne le dinamiche, e sentivo crescere l'interesse per i social media. Notavo però che spesso il linguaggio e lo stile utilizzato fosse solo ed esclusivamente rivolto agli addetti ai lavori, così ho fatto un bel frullato mi sono chiesta “perché una persona dovrebbe voler leggere proprio quello che scrivo io?”. Fin dal primo post, ho cercato quindi di usare un linguaggio semplice: parlo di comunicazione e social network, ma cerco di filtrare il tutto secondo il mio punto di vista rivolgendomi anche a chi non usa quotidianamente i social media per lavoro.
 Quindi che dire? No, il nome non è impegnativo, sicuramente quello che il nome nasconde forse.... Ma non c'è soddisfazione senza almeno un po' di impegno... io ci credo, e dai feedback che ricevo pare che tutto questo traspare. Ne sono veramente felice. Vorrei che chi sbarca su futurosemplice lo percepisca diverso, fresco e semplice (ma non banale!), io ci sto provando e ho in mente tante altre idee (anche più concrete) che spero di poter sviluppare in questo 2013 appena iniziato!


Il mondo social oggi in Italia è spesso considerato un area da ragazzini in cerca di svago: in realtà è uno strumento potete sia per le aziende sia per la cultura sia per ambiti sociali: ce ne puoi parlare?
Credo che le difficoltà risiedano nel fatto che l'approccio massificato degli utenti italiani sia avvenuto tramite FaceBook e con un utilizzo prettamente ludico. Inoltre, a mio parere, esiste veramente una grande necessità di educare\alfabetizzare ai social media a tutti i livelli. Io stessa quotidianamente mi ritrovo a spiegare in modi più o meno creativi cosa sia twitter o Pinterest... ripeto, non “come poter sviluppare una strategia di comunicazione”... siamo ancora all'ABC! Ovvio che se non si conosce lo strumento non c'è possibilità di sviluppare nulla. Ciò che bisogna far capire è che chiunque, non solo un manager, ma chi è parte di un sistema come dipendente o collaboratore potrebbe portare innovazione. Esistono parecchi esempi che testimoniano come i social possano realmente essere uno strumento per riscattarsi dalla crisi, strumento valido ad esempio per supportare l'internazionalizzazione delle imprese, piattaforma per condividere contenuti, per far conoscere il nostro business a persone e utenti che in altri modi non potremmo raggiungere. Una grande responsabilità nelle aziende italiane purtroppo l'hanno i manager che spesso rifiutano questo approccio comunicativo perchè nuovo, flessibile e quindi “mette timore”. Futurosemplice sta lavorando in questa direzione e a breve ci saranno delle belle novità ;-)


Qual è il social network che preferisci e perché
mmmhhh difficile per me... se proprio dovessi scegliere direi Twitter perchè sinteticamente potente... grazie a questo social ho potuto far conoscere il blog e viceversa ho conosciuto tantissime persone! E’   fonte inesauribile di informazioni e contenuti. Altro mio grande amore è Pinterest che studio quotidianamente perchè anch'esso con potenzialità ancora da scoprire: un'immagine porta con sé una storia. Se ben strutturato il pin (ovvero l'immagine inserita in Pinterest) può avere veramente grandi potenzialità.


Il tuo tweet di commento al primo tweet del Santo Padre è andato in diretta al TG1: è un segnale? di che cosa?

Per me è stata veramente un grande regalo! Bellissimo ricevere tweet e messaggi di persone che ti seguono e che ti hanno riconosciuta in soli 5 secondi! Così come ho scritto nel tweet, credo sia stato un giorno storico per i social media, in qualunque modo la pensiamo. I motivi sono vari: la scelta di comunicare con i social, Volenti o nolenti, credenti o no, l’interesse e la curiosità suscitata hanno attirato attenzione sul nostro mondo social istituzionalizzandolo un po’ di più. La scelta del come farlo, 140 caratteri sono molti e sono potenzialmente potenti se pensiamo ai recenti fatti in Siria e di come una delle prime preoccupazioni del regime sia stata quella di zittire la rete. La scelta di cosa comunicare: da un Papa ci si aspetta concretezza e non superficialità, ecco nuovamente che passa il messaggio “sui social si può anche essere seri”. La scelta del perchè farlo: alcuni hanno chiesto perchè? E io ho risposto perchè no? Non dimentichiamo che così il Papa diventa democraticamente un utente quanto noi e si pone sul nostro stesso piano accettando di ricevere (proprio per il mezzo scelto) direttamente anche messaggi che non approvano il suo operato. Comunque sia la Chiesa cattolica ha voluto dare un segnale concreto e vedo comunque un intento di volersi avvicinare maggiormente alla massa. Devo dire sinceramente che così come per qualsiasi altro argomento e in generale nelle situazioni che vivo, non approvo e non condivido atteggiamenti aggressivi e volgari: non mi è piaciuto quindi l'approccio di molti. Insulti e aggressività sono contrari alla vera essenza dei social che invece dovrebbero essere un luogo di confronto e io ci credo molto. Si può essere contrari ad un pensiero, manifestando apertamente il proprio disappunto, ma sempre con finalità costruttive e se ben ci riflettiamo i social ci regalano una grande democratica possibilità, quella di NON seguire chi non ci interessa. Una critica a questa entrata della Chiesa su twitter? Non trovo corretto l'uso di twitter stile VIP, per la serie “ho milioni di followers, ma io non seguo nessuno”. Non è corretto e spero che questo approccio cambi. Auguro alla Chiesa (disguidi tecnici a parte) che riesca nel proprio intento di “evangelizzazione 2.0”.

mercoledì 9 gennaio 2013

Intervista a Gini Dupasquier (prima parte)

Diet Conference con Gennaro Nunziante regista cinematografico 
Appuntamento quindi presso la scuola Monforte di via Ponzio/Zanoia venerdì 18 gennaio alle ore 18... non mancate!


Proponiamo oggi la prima parte di un'intervista a Gini Dupasquier, la fondatrice di DONNALAB, società di consulenza specializzata nell’inclusione e sviluppo delle donne nelle aziende. Nata a Milano, si è laureata in Economia Aziendale presso l'Università Bocconi. Ama viaggiare, i gatti, i cavalli e ha due figlie piccole. Prima di dedicare le sue energie a promuovere il valore del “gender balance", Gini ha lavorato in Accenture e IMS Health dove ha maturato la propria esperienza di consulenza e ricerca di mercato. Dal 2012 è nel Board di PWA - Professional Women Association of Milan con il ruolo di Professional Development Director & Mentoring Program Leader.
La trovate ovviamente anche su Twitter.
Gini si impegna per assicurare a tutte le donne una equa e corretta opportunità nel mondo del lavoro. Lungi dal pretendere quote di qualsiasi colore, cerca di ottenere un cambio di mentalità che permetta alle donne di non dover scegliere tra professione e vocazione, ma di favorire un ambiente professionale che valorizzi la genialità femminile senza che questo comporti la necessità di fare scelte di vita radicali. O viceversa.  Qui trovate la seconda parte.





Qual è lo scopo del tuo sito Donnalab ?
L’obiettivodi Donnalab è quello di supportare le aziende nel comprendere le esigenze e lemotivazioni delle proprie dipendenti di genere femminile in modo da valorizzarle. Le donne nei prossimi anni arriveranno a rappresentare il 70% dei laureati e saranno responsabili di quasi l’80% degli acquisti della famiglia. Sono quindi prima di tutto per le aziende un bacino di talenti da cui attingere e un nuovo target di consumatori. Che però va capito a fondo, le peculiarità di genere non devono spaventare ma non devono neanche essere ignorate.

Come è venuta l’idea di trattare questo tema?
La spinta è nata dalla mia esperienza personale.
Nel mio percorso professionale ho sempre avuto l’impressione di vivere in un ambiente meritocratico e non mi ero mai sentita discriminata in quanto donna… Fino a quando… Ssono diventata mamma.
A quel punto ho percepito un cambio di attitudine da parte dell’azienda nei miei confronti. Al rientro dalla maternità mi sono stati tolti alcuni progetti importanti con l’obiezione “sai, nelle tue condizioni non possiamo assegnarti un cliente importante”.
Ma quali condizioni? Sono malata? Non ho più un cervello? Ho due bimbe piccole ma mi voglio organizzare, ci tengo al mio lavoro, mettetemi alla prova!
Così ho cercato di analizzare quello che stava accadendo in modo razionale. Cosa è cambiato in me in seguito alla maternità? Come è cambiata l’azienda, che messaggi mi ha lanciato? Che cosa mi ha demotivato?
E allora ho messo tutti i pezzi insieme: la mia delusione, la consapevolezza che moltissime donne vivono esperienze analoghe, la sfiducia e il disinvestimento che le aziende spesso mettono in atto verso le donne e soprattutto verso le mamme.
E mi dico: c’è un’inefficienza, uno spreco di risorse, una miopia nel mondo del lavoro! Qui viene fuori il mio animo da consulente che intercetta un problema e cerca un modo per risolverlo e nasce donnalab, con proposte per la gestione della maternità, il diversity management, lo sviluppo delle donne…
Come vedete non ne faccio un discorso di pari opportunità, le donne non sono dei panda da proteggere. Ma ne faccio una questione di opportunità economica.

Il sesso femminile è diventato, per certi versi, il sesso forte oggi: ha davvero bisogno di azioni di sostegno?
Non le donne, ma le aziende che non sanno come relazionarsi con loro, si!

Nuove aziende, vecchie resistenze: che cosa dovrebbe cambiare per dare alle donne le reali opportunità professionali che meritano?
Una cultura aziendale realmente meritocratica, una valutazione della performance basata sui risultati e non sul tempo fisico passato in ufficio, la consapevolezza che la maternità non è un costo ma un semplice accadimento organizzativo, da imparare a gestire, serenamente.

Quali sono a tuo parere i talenti specifici del mondo femminile che gli uomini non possiedono o solo in modo trascurabile?

Non penso che le donne abbiano talenti diversi rispetto agli uomini, bensì che il vero valore aggiunto si abbia quando ciascun individuo si sente libero di esprimere il proprio stile in quanto vive in un ambiente realmente inclusivo.
Sono una grande promotrice del gender balance, l’equilibrio di genere, convinta che i team vincenti siano quelli misti: soltanto mediante una leadership di uomini e donne capaci di collaborare alla pari, sarà possibile costruire un modello di capitalismo più sano, più sicuro, più sostenibile.

Quali sono le peculiarità del mondo femminile che le aziende valorizzano poco o per nulla?
Le culture aziendali non sono state deliberatamente progettate per escludere le donne dalle posizioni di potere: ma sono rimaste immodificate, anche quando la presenza femminile in azienda è cresciuta, con l’effetto di scoraggiare le donne che non sanno o non vogliono giocare con le stesse regole.
Le aziende che decidono di studiare le esigenze della propria popolazione femminile scopriranno, ad esempio, che:
1. Le donne quasi mai identificano il fattore monetario come principale driver di motivazione: individuare le leve giuste può essere economicamente vantaggioso per l’azienda ed avere un ottimo impatto sull’engagement della risorsa.
2. La performance misurata in base alla permanenza fisica in ufficio inevitabilmente penalizza coloro che hanno esigenze familiari. Perché non porre un limite orario alla pianificazione delle riunioni pomeridiane.
3. Nell’avanzamento di carriera, da un certo livello in su, conta moltissimo il networking e le donne tendono a sentirsi poco a loro agio in questa dimensione. Non vuole dire che il capo non possa più andare a prendere un aperitivo con i colleghi, però deve porsi il problema che questa vicinanza amicale non prevalga sul merito.
4. I percorsi di carriera tendono ad essere solo lineari, non sono contemplati rallentamenti temporanei. Invece molto spesso, se a ridosso della nascita di un figlio la donna ha particolari esigenze o preclusioni alla mobilità, tali barriere potrebbero decadere naturalmente, purchè in un secondo momento la donna abbia la possibilità di tornare “in corsa”.
Sono solo alcuni esempi che variano a seconda della realtà aziendale. Però ridefinire le regole del gioco è chiave per valorizzare una popolazione aziendale sempre più variegata e considerando le aspettative in proposito dei “giovani”, come abbiamo avuto modo di riscontrare in una ricerca effettuata l’anno scorso sul target studenti universitari vs lavoratori (http://www.donnalab.it/484/il-lavoro-ideale/)

Che cosa è il diversity management?
E’ una disciplina, di solito inserita nell’area Human Resources, che si occupa di gestire le “diversità” o minoranze all’interno dell’azienda, tipicamente quelle di genere, provenienza geografica, religione, orientamento sessuale. In quasi tutte le aziende le iniziative dedicate alla popolazione femminile rientrano in questa area anche se a volte mi chiedo … Ma è giusto considerare le donne una “diversity” visto che rappresentano metà della popolazione?


Il discorso con Gini non finisce qui, la seconda parte della sua intervista andrà....in onda tra una settimana esatta. Stay tuned! 


















lunedì 7 gennaio 2013

Gennaro Nunziante racconta il cinema italiano




Continua con grande successo presso i centri scolastici Faes il ciclo di Diet conferences - investigazioni culturali a basso contenuto di noia, rivolto come sempre a tutti a partire dai liceali, ma anche a universitari e genitori. 

Si tratta di un ciclo di conferenze che intende promuovere l’offerta culturale e le capacità e le attitudini di ricerca scientifica del corpo docenti che hanno l’opportunità di alternare realmente all’attività di formazione e di insegnamento anche quella della ricerca scientifica.

Dopo il primo incontro di novembre con il poeta Davide Rondoni, il 18 gennaio alle ore 18.00 sarà ospite della scuola Monforte l'attore, sceneggiatore e regista Gennaro Nunziante.
Dopo la collaborazione con Alessandro D'Alatri, attore in "Casomai" e sceneggiatore ne "La febbre", Nunziante ottiene il successo più clamoroso dalla collaborazione con il comico Luca Medici, in arte Checco Zalone, con i film "Cado dalle nubi" (2009) e "Che bella giornata" (2011), di cui è regista. "Che bella giornata" in pochi mesi è diventato il secondo film con il maggiore incasso d'Italia (dopo "Avatar"), scavalcando il primato di "Titanic" che durava dal 1997.

Gennaro Nunziante, ospite d'eccezione per la nostra scuola, ha il pregio di unire una spiccata capacità di raccontare a una forte e profonda umanità. Ci parlerà del suo percorso, del mondo del cinema e della televisione visto dall'interno e della sua passione che ha avuto la fortuna di professionalizzare.

L'abitudine di invitare i protagonisti della cultura anche quest'anno ha prodotto un grande successo "di critica e di pubblico" con un numero di presenti sempre superiore ai 300, praticamente oltre i limiti della capienza.


Appuntamento quindi presso la scuola Monforte di via Ponzio/Zanoia venerdì 18 gennaio alle ore 18... non mancate!


domenica 6 gennaio 2013

Scrivete una storia e potreste vincere un iPad!!

Avete figli che frequentano la terza media? Nipoti? Frequentate voi stessi la terza media?

Beh questo post fa per voi!!

Infatti vogliamo ricordarvi che sono aperte ancora fino a domani, 7 gennaio le iscrizioni al Concorso Letterario che le scuole Faes stanno promuovendo in collaborazione con le edizioni Ares. Per iscriversi basta cliccare su questo link e seguire le istruzioni. 

Resta sempre la data del 12 gennaio per l'invio degli elaborati. Il 19 gennaio presso il centro scolastico Monforte con ingresso da via Fossati verranno convocati i semifinalisti: tra di loro i tre vincitori del premio di tappa (Kindle Fire HD, Kindle Fire, Kidle e-reader).

Ricordiamo inoltre che i premi della seconda tappa sono iPad mini e iPad.

Venite a visitare il sito per scoprire tutti i dettagli e cliccate mi piace sulla pagina Facebook!

Vi aspettiamo!!

Volete vincere un iPad o lasciate questa opportunità agli altri?!



venerdì 4 gennaio 2013

Vino o latte?

Per il post di oggi siamo andati a ripescare un articolo apparso su FamiglieFelici, blog che spesso citiamo per la quantità di interessanti spunti che riteniamo utile condividere con voi.
L'argomento di oggi è "La dittatura dei bambini nei confronti dei genitori".

Beh, vi lasciamo alla lettura di questo post, (che trovate anche a questo link) e speriamo che vi faccia riflettere perchè siamo pronti a rispondere alle vostre domande, a pensare con voi e ragionare sulla questione insieme!





La bimba ha poco più di due anni, e a metà mattina ha iniziato a vomitare. “Un altro caso di influenza intestinale”, pensa la maestra dato che la città è piena e l’asilo nido svuotato. Chiama la mamma, diciamo una professionista, un avvocato, seguendo alla lettera la procedura: “Annina è malata, ha vomitato due volte”. “Che strano”, risponde la madre” stamattina stava benissimo. Siamo anche andate a fare colazione insieme al bar e le ho finalmente fatto prendere un espresso. Me lo chiedeva da così tanto tempo che oggi come regalo gliene ho preso uno tutto per lei!”.
Già, e magari dopo il caffè ha chiesto anche una Marlboro?  E perché non gliel’ha data? Perché non applicare il medesimo approccio anche a questa richiesta?
Può sembrare una barzelletta, anni fa si raccontava quella dei genitori che portano il bimbo di quindici mesi all’ospedale e alla fine confessano di avergli fatto bere del vino bianco. Il medico reagisce scandalizzato: “latte deve bere un bambino, latte! Non vino!”. E i genitori appiano ancora più stupiti e smarriti: “latte? Con l’impepata di cozze?!”.
Questa volta però non è una barzelletta, ma una storia verosimile. E sembra essere il problema educativo della nostra epoca: mamme e papà danno fuori di testa.
Viviamo sotto la tirannia degli infanti: il potere sembra essere saldamente nelle mani di questi piccoli selvaggi, che impongono la loro sregolata volontà, fissando regole che li portano ad essere sempre più egoisti ed egoreferenziati.  Con il concorso di colpa, anzi noi: con la piena responsabilità dei genitori.
Che cos’hanno in testa padri e madri quando dicono che sarà il bambino a decidere quando smettere l’allattamento al seno: è forse questa una decisione che un bambino può prendere?
Che cos’hanno in testa padri e madri quando dicono che sarà il bambino a decidere quando smettere il pannolino: è forse questa una decisione che un bambino deve prendere?
Che cosa sta succedendo allora? Perché mamme e papà, che non possono certo essere descritti come sprovveduti o ingenui o sciagurati, danno fuori di matto? Perché persone che giornalmente prendono decisioni difficili e gravide di conseguenze, si lasciano tiranneggiare e manipolare da infanti incapaci anche di parlare?
Due le ragioni con le quali vogliamo provocarvi: già perché ormai ci conoscete e sapere che usiamo “parolacce” per svegliare il ragionamento, per infiammare la discussione. E vogliamo dunque essere ruvidi e duri:
1)   Non gliene frega nulla dei figli: ne hanno voluto uno (avere un figlio oggi va di moda) ma non hanno mai inteso educarlo. Che ogni novità viene venduta con il suo manuale delle istruzioni e poi quando siamo stufi, la si può buttare via. Quindi con i figli è la stessa cosa: lasciamo che facciano quello che vogliono e che non rompano.
2)   Li amano troppo, ma confondono il significato di amore. Amore non è un sentimento, è un piano d’azione. Quindi, confondono ciò che i figli vogliono con ciò di cui i figli hanno bisogno. E questo è un punto critico. I genitori hanno il dovere di dare ai loro figli ciò di cui questi hanno realmente bisogno e non ciò che pretendono, e che generalmente non è ciò che meritano o di cui abbisognano.
E allora? Quali sono le cause di questa deriva e quali le soluzioni? Che ne pensate? Avete idee? Suggerimenti? O non la pensate come noi?


A margine ricordo il bell'articolo apparso ieri sul CorSera a firma Antonio Polito su un tema analogo. Si può dissentire, ma non si può cogliere lo stimolo a riflettere.

mercoledì 2 gennaio 2013

Educare alla realtà: la verità ci farà liberi.




Ultima parte del discorso del Santo Padre sul tema dell’educazione che stiamo riprendendo su questo blog per entrare nel dettaglio e approfondirne i suggerimenti. Nelle tre precedenti puntate ci siamo concentrati sul

Terminiamo parlando di verità. Ha ragione Benedetto XVi quando afferma che “È pertanto necessario educare nella verità e alla verità”?
Difficile dire di no. Il problema si pone subito dopo, quando è necessario chiedersi:  “Ma, «che cos’è la verità?» (Gv 18, 38), si chiedeva già Pilato, che era un governatore. Ai giorni nostri, dire il vero è divenuto sospetto, voler vivere nella verità sembra superato e promuoverla sembra essere uno sforzo vano. Eppure il futuro dell’umanità si trova anche nel rapporto dei bambini e dei giovani con la verità: la verità sull’uomo, la verità sul creato, la verità sulle istituzioni, e così via. Oltre all’educazione alla rettitudine del cuore e della mente, i giovani hanno pure bisogno, oggi più che mai, di essere educati al senso dello sforzo e della perseveranza nelle difficoltà. Occorre insegnare loro che ogni atto che la persona umana compie deve essere responsabile e coerente con il suo desiderio d’infinito, e che tale atto accompagna la sua crescita in vista della formazione a un’umanità sempre più fraterna e libera da tentazioni individualiste e materialiste”.

Il timore, o peggio: l’impressione, è che oggi si sia smarrito completamente il senso della verità. Da valore oggettivo, dato, da scoprire, è diventato un punto di vista, imposto, da comunicare. La nostra vita è diventata il metro di misura della realtà, la verità è ciò che conferma le nostre scelte a prescindere. Poiché abbiamo smarrito il senso di responsabilità e abbiamo rifiutato il metro di giudizio sulla realtà, che era sì giudice ma anche fondamento, zattera con la quale affrontare i marosi della vita in tempesta, ci difendiamo imponendo innanzitutto a noi stessi la certezza di non avere mai sbagliato, di avere sempre compiuto scelte coraggiose e giuste. E quindi accusiamo il mondo, gli altri, di attentare alla nostra felicità. Volevamo essere liberi, siamo diventati vittime. Abbiamo tolto la consonante iniziale al nostro fondamento, dimenticandoci che di Dio ce ne è uno solo, di Io infiniti ed ognuno fa sua la pretesa di essere al centro del mondo. Non solo il suo. Quello con la M maiuscola.
Ecco perché è importante ritornare ad un sano realismo, che riconduca la nostra vita dentro l’alveo della verità e della responsabilità. Questo ci permetterà di riscoprire la nostra felicità più profonda.
Insegnare ed educare al realismo: una sfida che le famiglie devono affrontare per essere veramente capaci di non essere travolte dalla liquidità di questa società. Una sfida che nelle scuole Faes trova sinceri e potenti alleati.