mercoledì 13 marzo 2013

Il mondo dei Bimbi, intervista a Raffaella Tarassi




Raffaella Tarassi è mamma di un bimbo di nove mesi ed è in attesa di un secondo figlio, che nascerà ad Agosto. Ha frequentato le scuole Faes dalle elementari al liceo classico, diplomata nel 2001. Nel 2012, Raffaella crea un blog interessante che intende promuovere sia le produzione per bambino realizzati all’estero sia i prodotti Made in Italy artigianali. Un esperimento che merita molta attenzione e che ci facciamo spiegare direttamente da lei.

Che obiettivo si pone il tuo blog?
Come la maggior parte delle mamme, quando sono rimasta incinta di Alessandro ho cominciato a leggere e informarmi su tutto quello che riguarda il mondo dell'infanzia, in più abitando all'estero mi sono accorta che esiste un'offerta di prodotti estremamente diversa da quella italiana, per cui mi sono detta, perché non raccontare ai genitori italiani cosa succede al di la delle Alpi? Ne ilmondodeibimbi cerco quindi di proporre idee originali e divertenti, in particolar modo giocattoli, abbigliamento e arredamento, che scovo online e offline, che rendono il mondo dei nostri bimbi unico e speciale. 

Che servizio offre ai lettori?
Confesso che il blog è nato un po' per caso tra una poppata e un pannolino, non sono capace di stare con le mani in mano, e nonostante adori passare del tempo col mio bimbo durante la maternità avevo bisogno di pensare e fare altro. Tutto questo per dire che all'inizio non mi sono prefissata una strategia, a sei mesi dall'apertura del blog comincio ad avere le idee un po' più chiare ed è interessante che  l'obiettivo è emerso dal confronto coi lettori e alcune aziende del settore. L'idea alla base di tutto è mostrare che esiste un'offerta per l'infanzia alternativa ai marchi blasonati di cui sentiamo parlare, che l'educazione al rispetto dell'ambiente comincia quando i nostri bimbi sono piccoli: se i loro compagni di gioco sono in plastica è ovvio che in futuro saranno attaccati a questo materiale e non si cureranno di legno, cotone e simili, e da ultimo che esistono ancora tantissime piccole imprese che producono utilizzando processi artigianali e che sviluppano collezioni estremamente creative e divertenti.
Inoltre un nuovo progetto partito da pochissimo, è una serie di interviste a donne che hanno re-inventato la propria vita professionale in seguito alla maternità, sfruttando la loro esperienza di mamme per creare prodotti e/o servizi destinati ai bimbi. L'idea è quella di lanciare un messaggio positivo, di donne che non si piegano alle logiche attuali del mondo del lavoro che purtroppo non sono sempre in sintonia con la maternità, e che con un pizzico di creatività, tanto coraggio e grande tenacia riescono a conciliare la sfera privata e quella professionale.

Perché le è venuta l'idea di aprire questo blog?
Da ormai quasi 6 anni abito a Lussemburgo, un paese tanto piccolo quanto interessante, qui infatti la cultura locale è un miscuglio di quella francese, fiamminga e tedesca. Quando sono rimasta incinta ho scoperto che nonostante la globalizzazione, la cultura e le tradizioni legate alla maternità e all'infanzia sono estremamente locali, quando tornavo in Italia mi rendevo conto che alcuni prodotti che per è erano scontati a Milano non erano così diffusi e viceversa e ancora quando Alessandro aveva 6 mesi l'ho portato dal pediatra in Italia e sono rimasta stupita che ha insistito moltissimo perché gli dessi le diverse farine di riso e mais e tapioca, qui a Lussemburgo praticamente non esistono e lo svezzamento viene fatto soprattutto con frutta e verdura. Comunque... mi sono resa conto che esistono vere e proprie differenze culturali, perché, quindi, non condividerle e per scoprire i punti di forza di ognuna?


E' presente anche sui social media? Dove e perché?
Le pubbliche relazioni sono uno dei principali punti di debolezza del blog. Sono presente su Facebook e Twitter, ma confesso di non animare assolutamente le pagine che al momento sono semplicemente una vetrina dove trovare il link agli articoli che vengono pubblicati sul blog. Twitter confesso di non aver ancora del tutto capito come funziona, lo trovo estremamente efficace perché un sacco di aziende mi hanno scoperto e inviato le loro collezioni proprio tramite questo social media, allo stesso tempo però ho l'impressione che per utilizzarlo con successo occorre twittare regolarmente e con una certa costanza, cosa che non ho ancora "l'istinto" di fare. Facebook lo utilizzavo già privatamente, ho deciso di pubblicare il link ai post solo un paio di mesi dopo l'apertura del blog, quel giorno le visite hanno subito un impennata pazzesca che mi ha lasciata a bocca aperta e mi ha fatto capire la potenza di questo strumento; lo svantaggio rispetto a Twitter è che sei molto più vincolato alla tua cerchia di contatti per cui è molto più complicato farsi conoscere da altri.

Qual è la sua strategia di web marketing?
Confesso, non ne ho una! A parte i social media di cui ho appena parlato cerco di partecipare a discussioni sul blog simili al mio. Tempo fa mi sono iscritta ad alcuni siti aggregatori, ma sinceramente non ho riscontrato una grande differenza rispetto al non aderire. Al momento due pratiche hanno portato a un aumento delle visite: comunicare alle aziende di cui scrivo il link al post che le riguarda in modo da essere pubblicata sulle loro pagine Facebook o Twitter e inserire alla fine di ciascun post "potrebbe interessarti anche" ovvero il link ad articoli pubblicati in precedenza su un argomento analogo a quello del giorno. Mi piacerebbe moltissimo professionalizzarmi di più in questo ambito, confesso di pensare spesso di seguire un corso, ovviamente online!

Donne e lavoro: che cosa ne pensa?
Penso di non essere ancora la persona adatta per rispondere a questa domanda, dal momento che sono alla prima maternità e riprenderò il lavoro solo settimana prossima. Ad oggi sto cercando di individuare i momenti e le attività critiche della giornata per poterle vivere al meglio quando riprenderò, sicuramente dovrò mettere in piedi una buona organizzazione che preveda piani B, C e a volte anche D. 
Al lavoro ho chiesto il part time che ho avuto la fortuna di ottenere, prima di rimanere incinta mi arrabbiavo sempre con le colleghe o dipendenti che utilizzavano la scusa "eh ma io ho i bambini" per non venire al lavoro o fare i propri orari. Trovo molto più responsabile un discorso del tipo: la mia situazione personale è cambiata di conseguenza non sono più in grado di garantire lo stesso ammontare di ore e lavoro di prima della maternità, a voler far tutto si rischia di fare tutto male! Ritengo che le donne mamme hanno il diritto e il dovere (per se stesse, per i propri figli e per la società) di lavorare, bisogna però rendersi conto che  la disponibilità e le necessità sono diverse rispetto a quelle di un uomo su cui è costruito l'insieme di regole e pratiche che regolano il mondo del lavoro attuale. 

So che non è una citazione molto dotta, ma mi piace moltissimo il finale del film "Ma come fa a far tutto" con Sarah Jessica Parker che ritengo individui in pieno il problema:

"Motivi per cui non sarebbe un problema lasciare il mio posto di lavoro:

Primo: perché ho due vite e mi manca il tempo di godermele.
Secondo: perché cercare di essere un uomo significa sprecare una donna.
Terzo: perché i miei bambini cresceranno in un lampo e io mi sarò persa tutto.
Quarto: perché prima o poi in un modo o nell'altro, arriva il giorno in cui le cose cambiano.

So che se non avessi questo lavoro le cose sarebbero migliori, sotto tutti i punti di vista, ma senza quel lavoro non sarei più io, ma senza di te (il marito), Ben e Amy (i figli) non sono niente!"

Che cosa le ha dato in particolare di positivo la scuola Monforte che le è servito per la sua crescita personale e professionale?
Un insegnamento che ho ricevuto dalla Monforte è quello di credere in qualcosa per cui vale la pena combattere fino in fondo. Quando mi viene affidato un progetto mi piace analizzarlo nei minimi dettagli e portarlo a termine, adoro il confronto con gli altri, ma difficilmente mi lascio mettere i piedi in testa. Altri aspetti che ho appreso in Monforte sono l'organizzazione, il rigore e la metodologia che ritengo siano estremamente utili  e importanti in qualsiasi ambito professionale e non solo. 

Perché scegliere oggi la Monforte?
La Monforte non è una scuola che impartisce solamente conoscenza secondo il programma ministeriale, si propone infatti anche di formare delle Persone trasmettendo dei Valori; se questi valori non sono condivisi dalla famiglia il messaggio educativo è confuso e quindi difficile da capire e da far proprio. Questo non vuol dire che la visione del mondo è formattata e univoca, ma sicuramente in un momento della vita in cui sono gli ormoni a comandare il fatto di avere un messaggio coerente dalle principali istituzioni formatrici aiuta a prendere sicurezza, esplorare nuovi ambiti e farsi un'idea propria. Alcune cose che mi sono state insegnate dai miei genitori e dalla Monforte le condivido altre meno e nonostante le abbia messe da parte sono altrettanto importanti in quanto mi hanno permesso di costruire la mia opinione.



lunedì 11 marzo 2013

Per una scuola a misura di famiglia




Si fa un gran parlare (giustamente) dell'“emergenza educativa” e del ruolo centrale ed insostituibile nell’educazione dei figli da parte dei genitori. 
Cosa significa una scuola a misura di famiglia ?
Vuol dire una scuola che ponga, con la dottrina sociale della Chiesa, al centro la verità e la tutela della persona ed il ruolo inalienabile della famiglia quale primario e necessario corpo intermedio.

Con questa analisi, suffragata da numerosi studi scientifici, si vogliono sottolineare i vantaggi di una formazione differenziata e le peculiarità di un’educazione personalizzata, come la potrebbe offrire, ad esempio, una scuola single-sex. In questo senso bisognerebbe confrontare in modo serio e rigoroso i risultati ottenuti dagli allievi di scuole miste (maschi e femmine) e quelli di scuole differenziate o single-sex (soli maschi o sole femmine).

Per fare questo basilare e onesto confronto occorrerebbe sbarazzarsi in fretta di quel corrosivo abito ideologico che ha permesso, attraverso la rivoluzione sessuale e dei costumi del 1968, la diffusione generalizzata e scientificamente poco riflessiva delle scuole miste.

Nella realtà, la cosiddetta emancipazione della donna e l’allargamento delle “pari opportunità”, auspicato anche attraverso la coeducazione, non ha prodotto buoni risultati, in quanto le aspettative per coltivare le specifiche differenze maschili e femminili sono state disattese proprio (riferendosi alla scuola) all’interno delle scuole miste. Si è coltivata l’idea che la scuola mista potesse essere l’unico modello educativo valido; non si è valutato, in libertà e verità, come la scuola differenziata potesse costituire una autentica risorsa per il bene comune della società e della istituzione familiare.

Non solo, si è voluto imporre un modello di scuola illiberale proprio perché non si è accolto in pienezza il pluralismo benefico dei modelli educativi. Non si ha nulla, di per sé, contro le scuole miste; si vorrebbe solamente produrre uno stimolante confronto con altre iniziative educative per poter dare la possibilità agli alunni e alle famiglie di poter scegliere. Da numerosi studi effettuati in alcuni Stati (Gran Bretagna, Francia, Germania, Australia, Stati Uniti) si evince in modo chiaro quanto qualitativamente migliore sia l’apprendimento nelle scuole omogenee rispetto a quelle miste, tanto da far decidere ad alcune significative Nazioni (ancora Gran Bretagna, Germania, Australia, USA, ma anche Svezia ed Austria) di indicare a modello educativo la scuola differenziata per genere.

In Italia il FAES (Associazione Famiglia e Scuola) è impegnato da molti anni in questa battaglia a favore della libera scelta educativa, in appoggio alle famiglie ed ai ragazzi, avendo scelto di proporre l’educazione omogenea, non senza innumerevoli sforzi, quale modello per la maturazione organica degli allievi. Si potrebbero citare molti altri studi che, da più parti, sostengono in modo convincente la scuola differenziata o omogenea; occorre però ribadire che il punto di partenza sta nel prendere sinceramente atto, contro ogni falso ed ideologico egualitarismo, che uomini e donne sono naturalmente diversi.

Sono diversi fin dalla nascita, con ritmi diversi di apprendimento e di maturazione personale. Sono diversi come sensibilità, come reazione agli stimoli, come modi distinti di percepire e di vivere il reale. Dinanzi alla diversità innata nulla può l’ottusità dei pregiudizi; dinanzi agli studi scientifici che attestano la diversità (nobile) ad esempio dell’intima struttura cerebrale, nulla può lo strepito irrazionale e banale.

Risulta evidente che la sana passione per l’apprendimento è alimentata laddove i contenuti educativi considerino le preferenze naturali e oggettive. Maschi e femmine hanno bisogno di tempi e spazi diversi poiché lo sviluppo naturale, biologico e psichico, avviene in modo diverso.

A nulla valgono le pretestuose considerazioni che avallerebbero le scuole miste quale supporto all’equilibrio emotivo dei ragazzi; al contrario, l’anticipata convivenza coeducativa nella scuola non migliorano affatto le capacità relazionali e l’equilibrio emotivo. Proprio perché viviamo in una società estremamente “erotizzata” è quanto mai opportuna una scuola in cui sia possibile assicurare una formazione differenziata di ragazzi e ragazze.

Le ricerche più evolute hanno verificato che le donne educate in scuole solo femminili sviluppano maggiore autostima, autocontrollo, competenza e sicurezza. La vera uguaglianza richiede quindi una pedagogia oculata e differenziata, una educazione personalizzata dove venga posto al centro, assieme alla famiglia, la persona (sia maschio sia femmina) con le proprie specificità.

Dal punto di vista legislativo, in Italia, la libertà di insegnamento è riconosciuta dall’articolo 30 della Costituzione, ma è risaputo quanti ostacoli (di natura culturale, sociale ed economica) sono frapposti alla libera scelta educativa da parte delle famiglie. Anche per l’educazione differenziata non ci dovrebbero essere limiti al libero esercizio educativo, come recita l’articolo 2 della Convenzione dell’UNESCO, nel quale si cita come non discriminante il mantenimento di centri di educazione che separano gli alunni di sesso maschile da quelli di sesso femminile, sempre nel rispetto dell’uguaglianza di opportunità.
Di fatto le famiglie soffrono anche in merito alla scelta educativa, che, seppur garantita sulla carta, rimane lontana nei fatti. Allo Stato spetterebbe garantire la libera scelta dei genitori (scuola statale e non, scuola mista e scuola omogenea, ecc.), i quali potrebbero e dovrebbero esercitare il proprio improcrastinabile ruolo di principali educatori dei figli.

La centralità della persona, i principii complementari di solidarietà e sussidiarietà riconosciuti e valorizzati dalla Dottrina sociale della Chiesa attengono anche alla libera scelta educativa della scuola ed al coinvolgimento essenziale delle famiglie.
Siamo tutti chiamati a favorire e sviluppare un efficace pluralismo educativo, affinché le famiglie e gli allievi possano esercitare ciò che a loro spetta: un autentico diritto allo sviluppo armonioso delle virtù per concorrere al bene comune, cioè al bene integrale di tutte le persone e di tutta la persona (maschio e femmina).

venerdì 8 marzo 2013

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Il valore pedagogico delle buone maniere


di Michael Dall’Agnello


In un clima di spontaneismo qual è quello in cui viviamo, può sembrare anacronistico parlare di educazione alle buone maniere. In fondo -si dice- ciò che conta in una relazione è il contenuto, l’intenzione; per questo è meglio evitare fronzoli zuccherosi, manierismi ipocriti, incipriati e imparruccati, da “Ancien Régime”: meglio una persona grossolana, ma onesta! E questo, almeno in parte, è vero.

Con tutto ciò, però, si corre il rischio di buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Siamo passati da un tempo in cui la forma era tutto, ad un altro in cui la maleducazione è addirittura considerata un pregio. Non sarà che, se rettamente intrepretate e applicate, le buone maniere hanno ancora qualcosa da dire? Molto dipende da cosa intendiamo per persona. Sul fatto che, nelle relazioni tra persone, le informazioni debbano essere certe e attendibili siamo tutti d’accordo. In linea di principio la sincerità è un pregio, come rubare (almeno quando lo fanno gli altri) è ancora considerato un crimine. E allora perché le cose non vanno? Alla persona appartengono il concetto di buono e di vero, ma anche quello di bello! Il bello è ciò che, quando guardiamo un quadro che ci affascina, ascoltiamo una musica coinvolgente o semplicemente contempliamo il volto della persona amata, supera i sensi, “entra” dentro di noi a poco a poco, e si rivela come una novità, rendendo la nostra vita più piena. Il “bello” appartiene ad ognuno di noi! Con ciò non mi riferisco agli stereotipi pubblicitari sul corpo in voga oggi, ma a qualcosa di più profondo -per certi versi misterioso, ma reale- che si nasconde dentro ciascuno e ciascuna di noi. Un qualcosa che si rivela quasi senza che glielo chiediamo, ma che parimenti ha bisogno di essere “accettato”, per essere trattenuto. Il tutto avviene spontaneamente, ma non di meno, ognuno ha bisogno di essere educato al bello per saperlo riconoscere.

Alla fine del XIX secolo, nell’ambito di uno studio sull’arte, ad un buon mussulmano, che non aveva mai visto raffigurato un essere vivente, perché la sua religione glielo impediva, fu fatta vedere l’immagine di un cavallo. Ciò che suscitò stupore fu la sua considerazione: “Quell’immagine non è di un cavallo!”. Certo, dico io, non era mai stato educato a leggere le immagini con figure vive. 

Questo è il punto: così come per l’arte, che richiede un ammaestramento per essere compresa –e per essere espressa-, ugualmente, per contemplare ed esprimere il bello insito in ognuno di noi, c’è bisogno di essere educati. Ecco il vero ruolo delle buone maniere! E come l’artista ha bisogno di molta disciplina -alla quale del resto si sottopone di buon grado-, anche per educare alle buone maniere, la disciplina è imprescindibile! 

Non basta l’intenzione per fare un bel quadro, come non basta per raggiungere la finezza di spirito: ci vogliono, impegno, pazienza… e regole, perché se il bello del gioco del calcio non sono le regole, è pur vero che se queste mancano, la bellezza rimane inesprimibile e il gioco finisce. L’obiettivo dunque è alto: proporre un’educazione alle buone maniere esigente, ma “libera”, cioè condivisa, almeno nelle sue finalità, anche da chi viene educato. L’impresa è rischiosa, essendo sottoposta all’arbitrio. Per gli educatori non esistono ricette preconfezionate, tranne la convinzione di lavorare per una causa che eleva educando ed educatore, e l’amore per il bello e le virtù (suoi corollari), che intravvedono nei loro discepoli.

Poca cosa, se si pensa al deserto d’innanzi al quale a volte ci imbattiamo. Possono consolare due considerazioni; la prima: se irrigo un deserto, ne faccio un giardino; la seconda è tratta dal seguente dialogo tratto da “Il dottor Zivago” e si riferisce alla misteriosa capacità che possiede chiunque, anche il più disgraziato, se toccato da una scintilla di benevolenza, di “elevarsi” a sublimi altezze, ad onta di ogni previsione:

"- E voi credete il contrario? Che il mondo sarà salvato dalla bellezza, dal mistero e cose del genere, Ròzanov e Dostevskij?
- Aspettate, ve lo dico io quello che penso. Penso che se la belva che dorme nell'uomo si potesse fermare con una minaccia, la minaccia della prigione o del castigo dell'oltretomba, poco importa quale, l'emblema più alto dell'umanità sarebbe un domatore da circo con la frusta, e non un profeta che ha sacrificato se stesso. Ma la questione sta in questo, che, per secoli, non il bastone, ma una musica ha posto l'uomo al di sopra della bestia, l'irresistibile forza della verità disarmata, il potere d'attrazione del suo esempio. Finora si riteneva che la cosa essenziale del Vangelo fossero le massime e le regole morali contenute nei comandamenti, mentre per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita di ogni giorno, spiegando la verità al lume dell'esistenza quotidiana. Alla base di questo sta l'idea che i legami fra i mortali sono immortali e che la vita è simbolica perché ha un significato" (Borìs Pasternàk, Il dottor Zivago).

mercoledì 6 marzo 2013

Educare all'amore


di Michael Dall’Agnello 



La scuola propone spesso ai nostri figli corsi di educazione sessuale, e noi, come genitori, ci domandiamo se sia giusto e chi lo debba fare? Lo psicologo? Il sessuologo? E ci troviamo disorientati di fronte a certa invadenza auto referenziata.
Che fare? Prima di tutto non confondere i termini. Se sappiamo cos’è l’educazione, attività che coinvolge tutta la persona, anima e corpo, non ci può essere vera educazione se non in sintonia con i genitori.
I primi educatori sono i genitori, sono loro che devono educare all’amore che è ciò che dà significato al sesso e, in secondo luogo, molto in secondo luogo, la scuola.

Senza pretese di completezza, propongo un decalogo sull’educazione all’amore.

1. Testimoniare l’amore, amando il coniuge. E’ lo sguardo limpido, da innamorato -sì da innamorato! Si può essere innamorati per tutta la vita della stessa persona-, che rivolgo a mia moglie, a mio marito, che educa mio figlio all’amore, prima ancora delle spiegazioni e delle raccomandazioni che posso fargli sull’amore.

2. Sapere che non esiste amore se non un “amore esigente” che sa rinunciare, perché ha scelto un bene maggiore.

3. Amare è un “verbo”, che deve essere coniugato tutti i giorni, come il respiro, non posso smettere, devo volerlo ogni giorno.

4. Questo amore deve essere alimentato costantemente, come si alimenta il fuoco, con ceppi sempre nuovi e non con paglia, e il combustibile è la fatica che faccio per “conoscerti” al di là del “mi piace” o “non mi piace”, lì dove sei unico (unica) e irripetibile, perché lì ritrovo ciò che a me manca.

5. Avere l’umiltà di accettare che per amare devo vivere la castità, cioè avere gli occhi e il cuore limpidi. E, se a volte sbaglio, non confondo l’amore col possesso, ma so chiedere scusa al coniuge e a Dio, e ricomincio.

6. Educare i figli fin da piccoli alle virtù, che sono la strada che conduce all’amore: la modestia nel vestire (che non deve essere sciatteria, ma un modo per dire: “Anche se non appaio valgo lo stesso!”), la sobrietà nell’uso delle cose (l’utilizzo dei cellulari ne è l’esempio negativo più eclatante), la morigeratezza nel cibo e nell’impiego dei mezzi di comunicazione… Tutto questo li aiuta a fortificare la volontà e a saper dire di “no”. Altrimenti come possiamo sperare che, una volta cresciuti, sappiano rinunciare a qualcosa per “qualcuno”?

7. Educare alla speranza. A due anziani signori è stata posta questa domanda: “Come avete fatto rimanere assieme per 65 anni?” La loro risposta è stata: “Ai nostri tempi le cose si aggiustavano e non si buttavano!”. C’è sempre tempo per ricominciare; nulla è irreparabile, a meno che non lo vogliamo; oggi invece si getta via tutto ciò che non funziona, sentimenti compresi.

8. Educare all’amicizia, che è l’anticamera dell’amore. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla -disse la volpe al piccolo principe-. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici”.  E’ con l’amicizia che si educa a capire che l’amore non si compra… nonostante le incomprensioni e gli screzi.

9. Educhiamo i nostri figli a scegliere, a porli di fronte a delle scelte, e ad essere responsabili delle loro scelte, assumendosene le conseguenze, perché non esiste amore senza responsabilità: “Tu sei responsabile per sempre della cose che hai addomesticato –dice la volpe al piccolo principe-. Tu sei responsabile della tua rosa!”.

10. Insegniamo a saper attendere, a non voler tutto subito. L’attesa è l’apprendistato dell’amore, perché è la forgia che purifica i sentimenti, bruciando le scorie delle suggestioni passeggere.

Non dimentichiamo infine che educare, deriva da “ex-ducere”, cioè tirar fuori… il meglio, che c’è in ogni persona; il suo negativo è sedurre, che deriva da “se-ducere”, cioè attirare a sé, dalla propria parte; oggi, spesso per paura, si educa poco e si seduce molto, con il risultato di ingannare e ingannarci.
Buon lavoro, allora!

                                                                        

lunedì 4 marzo 2013

Disturbi dell'apprendimento? Sono davvero sempre imputate in casi di insufficienze a scuola, o esistono dei casi limite da prendere con le pinze?


Iniziamo la settimana e il mese di Marzo con una leggera provocazione, che richiede una riflessione più attenta e critica del solito. Vi proponiamo infatti un post pubblicato quasi un anno fa sul blog famiglie.felici , in cui viene denuncia il pericolo, sempre più in espansione, delle "facili diagnosi di disturbi dell'apprendimento" e delle conseguenze di tutto ciò. Lasciamo però il compito di spiegare meglio l'argomento all'autore originale del post. 
Buona lettura, e buona riflessione

La provocazione per riflettere

La dislessia non è uno scherzo e non si può certo metterla al centro di una burla, o di una provocazione. Non si scherza sulla sofferenza altrui. E non voglio certo dare l’idea di voler mettere alla berlina o attaccare ciò che fa soffrire molte famiglie. Voglio essere molto chiaro su questo punto per evitare ogni tipo di fraintendimento. Non sto parlando di patologie conclamate, di disordini manifesti dell’apprendimento o del linguaggio, ciò che voglio stigmatizzare è un pessimo approccio educativo, un fenomeno crescente nella scuola media italiana, che ridicolizza l’insegnamento e genera bamboccioni, caratteri flaccidi ego referenziati, personalità infiacchite da un presunto amore.


Che cosa succede? Capita che dopo i primi votacci alle medie, dopo le prime difficoltà di studio, la fatica ad apprendere, le ore che si moltiplicano, invece che sostenere i figli in questa nuova avventura che richiede coraggio e sforzo, un numero purtroppo crescente di famiglie sceglie la scorciatoia. E voilà compare il magico certificato che attesta i problemi di apprendimento del cucciolo che, prodotto a scuola, genera una serie di effetti a catena: corsia preferenziali per i voti (almeno sufficienti) metodologia ammorbidita di interrogazione e compiti in classe, sempre con la soluzione pronta alla mano, lezioni specifiche, compiti ridotti e così via.

Affermo ancora una volta di non stare parlando di reali patologie, di minorazioni che feriscono la famiglia in tutti i suoi componenti. Sto parlando di chi fa il furbo, di chi esagera una difficoltà che non è se non una malattia della volontà non dell’intelletto, e penalizza i figli i nome di un sedicente affetto che in realtà è comodità e perbenismo.

Quali le gravi conseguenze?
Perdita di autostima e fiducia di sé, esposizione alle reazioni non simpatiche dei compagni, privazione della possibilità (o diritto) di plasmare la propria personalità attraverso lo sforzo e la sfida, dimostrazione che nella vita i furbi se la cavano sempre con scorciatoie neli migliore dei casi scorrette o immorali quando anche non illegali.
Per tacere dei problemi provocati alla classe e quindi ai compagni.

Secondo voi questo è amore?

venerdì 1 marzo 2013

Carmen Pontieri ci parla di FamigliaOK



Carmen Pontieri, moderatrice familiare e membro del Comité tecnico di IFFD, ci racconta di "FAMIGLIAOK", il neo progetto dell'Ufficio studi dell'Associazione Oeffe, di cui Carmen è membro.


Un altro blog sulla famiglia: ma ce ne era proprio bisogno?
In questo momento mi sembra che piú si parla di famiglia - quella con un papà, una mamma, i figli, magari con intorno qualche nonno, zii e cugini, per intenderci quella di sempre - meglio è, visto che si tende a metterla in secondo piano se non a rottamarla, sostituendola con alternative …. perlomeno discutibili. E poi ci sono tanti modi di parlare di famiglia, ognuno può dare una prospettiva diversa e fornire degli arricchimenti interessanti.

Qual è lo scopo di questo blog?
Da un lato vuol servire da scambio di esperienze e contatti fra le 21 associazioni che fanno capo al portale famigliaok.it e che si occupano di Orientamento familiare, ma soprattutto vuole cercare di diffondere la nostra esperienza formativa tra molte persone, approfittando delle possibilità offerte da un blog.

In che cosa si differenzia dagli altri?
Proprio perché nasce da un'esperienza di formazione per coniugi e genitori che si avvale da sempre del metodo del caso, cioè dell'utilizzazione di situazioni reali per imparare ad affrontare le varie vicende della vita familiare. Nei nostri corsi si trova insieme una strada per risolvere i problemi, sono molto partecipativi e un buon blog segue un po’ la stessa impostazione.

Il blog è inserito in un portale, http://www.famigliaok.it A chi fa riferimento?
Famigliaok è il portale della Conferenza permanente “Sistema famiglia” che comprende 21 associazioni nelle diverse città d'Italia (nel portale sono indicati tutti i riferimenti).

Chi c’è dietro?
Queste Associazioni organizzano corsi secondo la metodologia Sistema famiglia, diffusa in circa 60 Paesi in tutto il mondo dall’organizzazione internazionale IFFD (International Federation for Family Development), che è in stato consultivo presso l’ONU per quanto riguarda le tematiche familiari. (per maggiori informazioni www.iffd.org)

Perché frequentare un corso Oeffe?
Perché in un mondo in continuo mutamento e in cui si parla tanto di formazione continua e di aggiornamento nessuno ci prepara ad essere coniugi e genitori. Rischiamo perciò di educare come ci hanno educato i nostri genitori, oppure, per opposizione, in modo radicalmente contrario, o ancor più spesso così come viene, nel modo confuso in cui si svolge spesso la vita di oggi, che non dà la possibilità di riflettere sulle cose importanti.

I moderatori sono tutti psicologi o psichiatri? e se non lo sono perché dovrei ascoltarli? che cosa hanno da dirmi?
I nostri corsi sono organizzati da un gruppo di genitori e formatori sensibili alle necessità delle famiglie e alle tematiche educative. I moderatori sono volontari che hanno ricevuto una formazione specifica – che prevede anche la possibilità di un corso di perfezionamento universitario svolto in partnership tra Oeffe, l’Associazione di Milano, e il consorzio universitario Iuline (www.iuline.it) - sia per quello che riguarda i contenuti che la metodologia partecipativa, ma che svolgono varie professioni. Essi desiderano condividere la propria esperienza di coniugi e di genitori per sostenere coppie che stanno affrontando una normale dinamica familiare, perché il nostro specifico è lavorare per consolidare la famiglia, non intervenire in situazioni problematiche o già compromesse, per le quali serve l’aiuto di altri specialisti. Una delle caratteristiche che ci viene riconosciuta è il clima di amicizia che si crea nei nostri corsi, che nasce proprio dall’aver condiviso problematiche importanti e coinvolgenti, quali l’amore e la crescita dei figli.

A chi sono rivolti i corsi Oeffe?
Abbiamo due corsi specifici per coppie e 5 corsi per genitori che seguono le tappe di crescita dei figli, dalla nascita all’adolescenza. Dallo scorso anno abbiamo anche un corso, di grande successo, per giovani professionisti non sposati, su tematiche “forti” quali la libertà, l’affettività, l’amore, l’amicizia, la libertà, il lavoro.

Ci puoi dare tre consigli per avere una famiglia felice?
a. molta serenità e pazienza per
b. saper accettare gli altri – coniuge e figli - con le loro caratteristiche (che non vuol dire non aiutarli a migliorare, ma fare in modo che ognuno dia il meglio di ciò che è)
c. divertirsi molto nella vita in famiglia e con famiglie amiche