lunedì 15 aprile 2013

Pippo Corigliano presenta il suo libro "Quando Dio è contento"


Appuntamento imperdibile con la cultura!
Lunedì 22 Aprile 2013, alle ore 20.45, presso l'Aula Magna dell'Istituto Maria Immacolata in via Visconti d'Aragona, Pippo Corigliano presenta il suo terzo libro "Quando Dio è contento - Il segreto della felicità". 


L'autore, giornalista e scrittore napoletano, ha due maestri/testimoni da cui ha imparato e a cui si ispira, Giovanni Paolo II e san Josemaría Escrivá, e lo si vede bene dal tono atletico della sua ascetica e dalla serenità "normale" che ha messo in pagina.  Alla fine, il «segreto della felicità» viene condensato in tre "finestre" da tenere sempre aperte: riscoprire la Santa Messa; confessarsi e confessarsi bene; leggere sistematicamente il Vangelo. 

Ma quali sono le persone felici che ha incontrato e perché sono felici? Il percorso comincia con l’incontro con una collaboratrice domestica dell’Opus Dei che, con la sua affermazione “Io sono contenta quando so che Dio è contento” fornisce il titolo al libro. Si passa poi alla bella lettera di una ragazza di vent’anni che scrive a suo padre, alla lettera, scritta tanti anni fa, di un tenente che prospetta un matrimonio felice che durerà sessant’anni.


Pippo Corigliano, al suo terzo libro dopo "Un lavoro soprannaturale" e "Preferisco il Paradiso", ha la simpatia contagiosa della maturità, di un uomo che, napoletanamente, sa vincere il pudore di parlare anche di sé ma come in terza persona, perché quella cosa lì l'ha vissuta solo lui e vuole metterla a disposizione degli «altri» che non sono un anonimo «prossimo», ma una cerchia di amici che si vuole allargare, perché in quanti più siamo, tanto più siamo felici.

venerdì 12 aprile 2013

La scuola 2.0? Forse ci stiamo arrivando davvero!

Stiamo davvero facendo passi avanti per la scuola 2.0? Gli studenti avranno iPad invece che libri? Il diario interattivo? Quanto dobbiamo aspettare? 
Beh per ora le statistiche non sono proprio a favore di questa innovazione, ma diciamo che stiamo lavorando in questa direzione. Eppure c'è qualcuno che non è completamente a favore di tutto ciò. Libri digitali vuole dire più spese per i genitori, più fotocopie illegali?

E voi che ne pensate? 

Per schiarirvi le idee a riguardo vi proponiamo un articolo uscito mercoledì 10 Aprile sul Corriere della Sera.


La scuola 2.0 – 
Le classi per la didattica multimediale sono solo 14.
di Valentina Santarpia – Corriere della Sera - 10 aprile 2013 – pag. 27

All'Italia maglia nera per il digitale nelle scuole. Le classi 2.0, cioè completamente attrezzate per la didattica multimediale, sono solo 14 in tutta Italia e l'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conferma: nella classifica generale dei 34 Paesi del mondo occidentale, siamo sopra solo a Romania e Grecia. Tant'è vero che «con l'attuale tasso di diffusione sarebbero necessari altri 15 anni per raggiungere i livelli registrati ad esempio in Gran Bretagna, dove l'80% delle classi può contare su strumenti didattici informatici». Per capirci: nella scuola elementare e in quella media solo il 6% delle classi è equipaggiato, contro una media Ocse del 37%. Abbiamo un computer a disposizione per ogni 15 studenti nella scuola primaria, uno ogni undici alle medie, uno ogni otto alle superiori. Il punto è che le risorse sono sempre troppo esigue: l'Italia spende ogni anno cinque euro a studente per la digitalizzazione, in tutto 30 milioni, pari allo 0,1% del budget del ministero per il capitolo Istruzione.

Eppure qualcosa si muove. La Lim, la lavagna interattiva multimediale, introdotta in quasi 70 mila classi sparse su tutto il territorio (21,6% di copertura delle aule), si sta rivelando un «cavallo di Troia» per il digitale tra i banchi. A settembre, ha annunciato il ministro Profumo, saranno installate altre 4.200 nuove Lim, che arriveranno così a 74 mila. Le cosiddette classi 2.0, quelle attrezzate per le lezioni multimediali, passeranno da 416 a 3 mila (+62%). E l'adozione, dall'anno scolastico 2014/2015, di libri esclusivamente digitali o in versione mista, dovrebbe tagliare i costi per le famiglie dal 20 al 30%. Ma spingere l'innovazione non è sempre semplice: al decreto che promuove gli ebook si oppone l'associazione librai di Confcommercio: «Altro che risparmio, i genitori degli studenti ora dovranno comprare pc e tablet: il libro digitale finirà per alimentare il mercato delle fotocopie illegali».


mercoledì 10 aprile 2013

Social media, famiglie e ragazzi, piccoli suggerimenti per non farsi sopraffarre


Social media: la rete può comunicare buoni consigli
Usarla anche per scambiare informazioni utili per le famiglie

“Ci sono due modi per reagire ai problemi. Il primo è chiudersi. Il secondo è aprirsi. Quando due anni fa un gruppo di pescatori gli raccontarono le drammatiche condizioni del Golfo del Messico per la perdita della petroliera Deepwater Horizon, Cesar Harada si mise a progettare una barca robot in grado di navigare tra le chiazze come un serpente portandosi via il petrolio. E lo ha fatto aprendosi: ha pubblicato il suo piano on-line, ha chiesto consiglio in rete su come migliorarlo e, adesso che funziona, il progetto protei è su Internet a disposizione di chiunque voglia replicarlo. "Dobbiamo condividere le informazioni" ha spiegato Harada, “sostituire la competizione con la collaborazione”. Questa cosa ha un nome preciso: si chiama open source, e open è la parola magica. Vuol dire aperto”. (Riccardo Luna, la Repubblica, 15. 07. 12).

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Accade, nonostante tutte le campagne di privacy che ci siamo sorbiti. Andrea ha sei anni. Da quando è iniziata la scuola, la mamma racconta su Facebook la giornata del figlio: la maestra «un po' in aria» e il «compagno povero», i capricci a mensa e la «bidella burina». Un’altra mamma ha raccontato nel suo profilo del brutto voto ricevuto dal figlio. Poi un' amica l' ha invitata a riflettere: «Che diresti se fosse lui a spiattellare su un sito i fatti tuoi?». Mamme (e papà) che raccontano troppo. Un po' come da sempre in ufficio, ma con qualche complicazione in più.
E’ vero che la mamma desidera la condivisione con il figlio, però non può sacrificare il senso del pudore del figlio, che è una difesa naturale della propria intimità.
(fonte:  Paolo Casicci, I segreti dei figli raccontati su facebook, la Repubblica, 21 ottobre 2012. http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/10/21/segreti-dei-figli-raccontati-su-facebook.html?ref=search).
Redazione www.comunicareinfamiglia.it




La fuga non è mai la soluzione. Si deve stare lì e "bonificare" con pazienza, fermezza e senso di giustizia
Una lettrice di Io Donna (12.05.12) scrive: “Dopo un po' che stavo in rete mi sono tolta da tutti i social network. C'è troppo odio, troppa cattiveria, troppi insulti gratuiti, troppa irresponsabilità. Uno va lì e crede di poter dire quello che vuole. Facevo il pieno di cattiveria tutti i giorni, e mi avvelenava. A un certo punto non ce l'ho fatta più...”
Lo so, lo so – risponde Marina Terragni - . Si tratta di cyberstalking, fenomeno conosciuto benissimo da noi blogger donne. Ma io non credo che si debba scappare. La fuga non è mai la soluzione. Si deve stare lì e "bonificare" con pazienza, fermezza e senso di giustizia. Chiamiamola autodifesa non-violent.
Bonificare, rendere buono o meno pericoloso un terreno insidioso. In situazioni  che “avvelenano” una soluzione è quella di scappare: prudente, se rischio di essere contaminato. In questo modo però il veleno dilaga, non ha chi lo fermi. Se sono abbastanza immunizzato posso provare a mettere parole commestibili e nutrienti in mezzo alle parole tossiche scagliate da altri. Vale per il cyberspazio, ma anche per molte altre situazioni della vita in cui incontriamo altre persone che non sempre sono guidate da intenzioni buone.



Internet in famiglia: i rischi e le precauzioni

Un’indagine europea ha fotografato il rapporto con Internet di oltre 25 mila ragazzi

“Antonio Brighenti ha 49 anni e due figli adolescenti: «La raccomandazione che faccio loro più di frequente quando escono di casa? Casco in testa e se fate tardi telefonate». Scusi, e quanto a Internet? «Beh, cosa devo raccomandare? Di non starci troppo, forse».
La strada virtuale fa meno paura di quella reale. Almeno ai genitori italiani. Illusi, analfabeti digitali o solo meno apprensivi rispetto agli altri europei?. Otto genitori italiani su dieci lo hanno dichiarato ai ricercatori del progetto Eu Kids Online: «È altamente improbabile che mio figlio possa imbattersi in una situazione spiacevole su Internet». (Alessandra Mangiarotti, La 27a ora).
L’indagine, finanziata dall’Unione europea e coordinata dalla London School of Economics and Political Science, ha fotografato il rapporto con Internet di oltre 25 mila ragazzi tra i 9 e i 16 anni (e loro genitori) di 25 Paesi europei. Ne viene fuori un ritratto con abitudini e rischi: dalla pornografia al bullismo, dal sexting (l’invio di messaggi a sfondo sessuale) agli incontri con persone conosciute online. 
L'uso di Internet è profondamente radicato nelle abitudini dei ragazzi. Il 93% va online almeno una volta alla settimana, in Italia il 60% dei ragazzi usa Internet tutti giorni o quasi. I bambini cominciano a usare Internet sempre prima, tra i sette e i 10 anni.

Continua a leggere l'articolo qui.


Marco Manica

lunedì 8 aprile 2013

Educazione omogenea a scuola: differenze che fanno... la differenza!



In tutto il mondo circa 40 milioni di ragazzi e ragazze usufruiscono di un’educazione differenziata in base al sesso. I dati sull’efficacia di tale modello educativo sono abbastanza documentati. Per esempio, in Australia esistono attualmente 1479 scuole differenziate, delle quali 139 sono pubbliche. Nel 2001 si è conclusa la ricerca dell’Australian Council for Educational Research, un organismo indipendente di ricerca che ha seguito 270.000 studenti nell’arco di sei anni. Il rapporto ha concluso che gli alunni educati in classi omogenee avevano ottenuto risultati scolastici tra il 15 e il 22% migliori rispetto ad alunni appartenenti a scuole miste.
In Gran Bretagna, invece, ci sono 1902 scuole differenziate per ragazzi e per ragazze: 416 state schools e 676 independent schools. Gli ultimi risultati dicono che 81 delle 100 scuole con i migliori risultati sono single-sex. 
La proposta dell’educazione differenziata è un progetto che favorisce l’inclusione sociale, come avviene per esempio dal 2002 in quartieri di New York quali Harlem e Bronx, dove il 70% della gente vive sotto i limiti di povertà. E ciononostante grazie all’educazione differenziata vi si ottengono, per esempio, indici di accesso all’università superiori alla media di tutta la città. Questi e altri risultati sono il frutto della personalizzare dell’attività educativa, finalizzata alla valorizzazione di ciascun alunno/a, con le sue concrete peculiarità, con la sua originalità, con il suo essere maschio o essere femmina.
Tenere conto a scuola del fatto che neurologia, genetica e psicologia evolutiva suggeriscono che alcune differenze tra maschi e femmine sono innate e non prodotte dalla società è il presupposto per garantire realmente pari opportunità sociali e lavorative agli uomini e alle donne di domani. In questa prospettiva, l’educazione differenziata prevede modalità e strategie didattiche differenti, ma il programma per i ragazzi e le ragazze è lo stesso, la preparazione che si esige ha la medesima qualità, il livello dei docenti è analogo.
Negli ultimi decenni si sono moltiplicate le ricerche, che hanno offerto informazioni preziose per l’attività docente.
Per esempio, è stato osservato che i maschi sono più avventati, mentre le femmine più  riflessive. Ai ragazzi, inoltre, piacciono l’azione, la competizione, gli oggetti inanimati e sono maggiormente sobri nel manifestare i propri sentimenti. Lo sviluppo intellettivo, affettivo, verbale, esperienziale e maturativo di una ragazza di quattordici anni equivale a quello di un ragazzo di diciassette o diciotto anni. Non è strano quindi che le prestazioni scolastiche di molti  ragazzi peggiorino a causa del continuo confronto con le ragazze, che produce su di loro un effetto inibitorio, con conseguenze negative anche in ambito relazionale. 
Tenere conto di questi dati, spesso fa la differenza. E’ stato ribadito che occorre una specifica formazione dei docenti alle tematiche della valorizzazione delle specificità femminili e maschili, ma anche che la semplice separazione dei sessi non è di per sé sufficiente a garantire una reale educazione differenziata.


venerdì 5 aprile 2013

Essere mamma vuol dire (anche) dover rispondere a 288 domande al giorno!


Pubblichiamo oggi un interessante e divertente articolo, a firma Lia Celi, tratto dal blog del Corriere della Sera "La ventisettesima ora".

Scacchi, cruciverba, traduzione dal latino, Ruzzle, equazioni di vario grado, il braintraining del dottor Kawashima: innumerevoli e spesso patetiche sono le strategie con cui gli adulti tentano di arginare lo spappolamento del cervello, impresa quasi altrettanto disperata che frenare il tracollo di pancetta e zone limitrofe. Non si rendono conto che le uniche vere assicurazioni contro il rilassamento dei neuroni in età adulta sono quelle che viaggiano sui seggiolini posteriori delle monovolume.
Noi mamme invece lo sappiamo benissimo: avere figli piccoli significa vivere con tutti i lobi del cervello attivati contemporaneamente. Perché ogni giorno veniamo sottoposte dai pargoli a un’immane gragnuola di domande: 288 secondo uno studio inglese, con una media di 23 all’ora, una domanda in più delle 22 cui deve rispondere il premier David Cameron durante il question-time. Con la differenza che le domande per Cameron vertono presumibilmente su politica ed economia, mentre quelle dei bambini toccano anche storia, scienza, arte, filosofia e religione.
«Perché l’acqua è bagnata?»; «Perché il gatto non può parlare mentre io posso fare miao?»; «Perché i preti hanno la gonna?»; «Perché le mamme non hanno la barba?». Roba che, non dico Cameron, ma perfino Churchill avrebbe sospeso la seduta per manifesta incapacità. La signora Thatcher, invece avrebbe tenuto botta. Non in quanto Iron Lady, ma come madre di due figli, abituata quindi al continuo question-time domestico che, secondo la ricerca britannica, rende le genitrici più sveglie e mentalmente reattive non solo di un politico conservatore ma anche di concorrenti di quiz, insegnanti di scuole elementari e medie, medici e allenatori di calcio in conferenza stampa.
Nel Regno Unito il top dell’inquisitività, pare, sono le bimbe sui quattro anni (390 domande al giorno) i meno curiosi i ragazzini sui nove (con 144), già avviati a diventare come i loro padri, che quando sono a casa di domande non vogliono farne né sentirne, e se interpellati rispondono «chiedi alla mamma». Con l’età le richieste calano di numero ma crescono in difficoltà, mettendo in crisi l’82 per cento delle madri, che si vedono soppiantate da zia Wikipedia come fonte di sapere enciclopedico. La ricerca inglese non spiega se il 18 per cento di madri che tiene duro sia composto di pozzi di scienza, di smanettatrici più veloci dei figli a googlare Wikipedia o di clamorose facce toste che rispondono la prima cosa che gli viene in mente, pur di zittire le piccole pesti. 
Nella mia esperienza di italiana conosco madri di tutti e quattro i tipi: le competenti ma non troppo, le onniscienti, le wikipediche e le taglia-corto. Le conosco perché, a seconda delle situazioni, sono io questo o quel tipo di madre. Onnisciente per la figlia di quinta elementare, che si stupisce sempre di come io e il suo sussidiario sappiamo le stesse cose; competente quanto basta per la figlia di seconda media; record-woman di ricerca su Wikipedia per far bella figura con la figlia di prima superiore (ma poi per essere credibile mi tocca ammettere che ho cercato su Wikipedia); sbrigativa e bluffatrice con il figlio di cinque anni. E per un motivo molto semplice, che spero mi varrà la comprensione delle lettrici: la sua quota giornaliera di domande verte per lo più su un solo argomento, e cioè il mio modo di guidare.
Anziché consultarmi sui temi cari a ogni bravo bambino inglese, tipo «perché il cielo è azzurro?» o «di che cosa è fatta l’ombra?» mi fa domande tipiche da marito italiano, tipo «Perché fai questa strada invece dell’altra, che è più corta? Perché non superi quel camioncino? Perché vai così forte? Sei in riserva, perché non fai benzina? Non vedi che hai parcheggiato storto?». E non serve nemmeno più zittirlo con la compilation dello Zecchino d’oro; apprezza di più le istruzioni del navigatore satellitare, che soddisfano la sua innata voglia di efficienza e lo fanno appisolare in pochi minuti.
Ho la fortuna di avere un partner non troppo fiducioso nella vastità della mia cultura — dico fortuna perché questo lo induce a rispondere lui ai figli su parecchi argomenti sui quali teme potrei dare risposte sballate, dalla storia del rock (non ne so mezza) al fumetto (è il suo mestiere, non il mio), da alcune fasi della politica dell’ultimo ventennio (su cui le nostre vedute non sempre coincidono) alla meccanica del motore a scoppio (per la quale provo un singolare disinteresse). Questo mi solleva da una buona fetta delle 288 domande quotidiane, e offre anche a lui una chance di usufruire del mio brain-training bambinesco. Meglio approfittarne. 
Fra qualche anno la nostra palestra intellettuale chiuderà. Da un giorno all’altro l’unica domanda che ci porranno i nostri figli è «mi dai venti euro?» 288 volte al giorno. E sarà troppo tardi per imparare a giocare a scacchi.

mercoledì 3 aprile 2013

Sport, teenagers e pagelle



TEENAGERS CHE FANNO SPORT HANNO UNA PAGELLA PIÙ BRILLANTE
I teenagers che fanno sport non solo stanno meglio in salute ma prendono anche voti migliori a scuola. Lo dimostra una ricerca che conferma l’antico detto “mens sana in corporesano”. Lo studio, svolto dall’università del Tennessee, è stato condotto su 312 studenti delle scuole medie e fa luce sul rapporto fra rendimento scolastico e livello di fitness dei ragazzi.
''Al più alto punteggio di fitness corrispondono migliori capacità di apprendimento e di rendimento scolastico'' spiega Dawn Coe che ha diretto l'indagine. ''Gli studenti con il più basso punteggio di fitness, invece, avevano anche le peggiori performance in classe e voti più bassi''.



Riprendiamo questo articolo dal sito www.comunicareinfamiglia.it, sito interamente dedicato alle famiglie, alle coppie, alla comunicazione familiare! Vi consigliamo di andarle a vedere, interessantissimi articoli vi aspettano! 


lunedì 1 aprile 2013

Adolescenti a caccia di risse

Riproponiamo qui questo interessante e delizioso post apparso sul blog di Elastigirl, alias la giornalista Claudia de Lillo, il 30 marzo scorso.

per tentativi ed errori

a roma. elastigirl e gli hobbit in zona colosseo. stamane.
“io qui non ci voglio stare”
“perché, hobbit grande?”
“perché il colosseo non mi piace, camminare non mi piace, stare con questi due sfigati non mi piace”
“quando fai il preadolescente orrido sei veramente noiosissimo. e non voglio che parli così. senza contare che ‘sfigati’ non voglio sentirtelo dire. né rivolto ai tuoi fratelli né a nessuno”
“sgrunt”
“si può sapere perché fai così? fino a cinque minuti fa eri tutto contento e simpatico, chiacchieravamo e giocavamo tutti insieme. e adesso? cosa è successo?”
“fatti miei. e comunque io qui non voglio starci”
“e invece qui ci stai, che ti piaccia o no. fino a quando non sarai autonomo e indipendente, ti tocca sottometterti alle regole della tua mamma e del tuo papà, anche se non ne hai voglia. e ti pregherei di smetterla di infelicitarci la passeggiata ché io, lo hobbit medio e il piccolo vogliamo goderci la giornata. chiaro?”
“mpf!”
“piantala di correre avanti! c’è un sacco di gente e se ci perdiamo è un vero pasticcio e non credo che saresti molto contento di restare da solo in questo caos”
“tornerei a casa da solo. che problema c’è?”
“ho detto basta”.
lo hobbit grande ogni tanto si trasforma in contestatore molesto. pare sia normale e che sia solo l’inizio. tuttavia a volte è difficile. è stato difficile stamane, al colosseo, perché elastigirl era da sola e c’erano gli altri due hobbit che volevano e meritavano attenzioni e una marea di gente intorno in cui era facile essere inghiottiti. e a un certo punto lei avrebbe voluto un consiglio, una bacchetta magica, un’arma segreta o la chiave d’accesso per capire cosa c’è dentro la testa di uno hobbit in crescita. e a un certo punto ha avuto un’idea, un’idea un po’ da femmina e, chiedendosi se una cosa tanto da femmina avrebbe funzionato con un maschio malmostoso e inquieto, ci ha provato.
“ehi, tu. fermati e vieni qui”, gli ha detto, prendendogli il viso tra le mani e guardandolo occhi negli occhi, naso contro naso.
“che cosa vuoi?”
“voglio che tu sappia che anche quando fai così e ti sforzi di essere il ragazzo più orrendo dell’universo, io ti voglio un sacco, ma proprio un sacco di bene comunque. perché non posso farne a meno. e pensa quanto bene ti devo volere per amarti anche in questa versione detestabile. ora che lo sai, fai un po’ quello che ti pare. tanto io continuerò a volerti bene in ogni caso”.
“…”
“…”.
si procede per tentativi ed errori. a volte si vince a volte si perde. stamane, dopo questo tentativo, mister hyde è tornato dottor jekyll. e, da quel momento in poi, è stato simpatico, amabile e molto divertente. è andata bene. questa volta.