Torniamo sull'argomento ragazzi e nuove tecnologie. Tema a noi caro e molto attuale in questo periodo in cui sempre più i nuovi media digitali stanno facendo capolino nella vita di tutti i giorni.
Vogliamo proporvi due articoli che trattano l'argomento in questione.
Il primo è un Vademecum per ragazzi, e per i loro genitori.
L'autore infatti, riprendendo un articolo del Corriere della Sera, denuncia la situazione attuale che vede i ragazzi costantemente accompagnati nei piccoli gesti quotidiani da queste "tecnologie che distraggono ": se usate in maniera poco matura e consapevole possono «trasformare la realtà in un insieme confuso di frammenti, difficili da ricordare e, soprattutto, da rielaborare.» L'articolo prosegue affermando che 40 professori italiani hanno notato un cambiamento rapido delle capacità di analisi e di apprendimento dei loro studenti, una regressione secondo loro «imputabile all'uso sfrenato dei nuovi strumenti di comunicazione che rischia di addormentare le capacità di ragionamento e memoria».
Viene quindi proposto una serie di regole utili per non farsi sopraffare da questi mezzi moderni di socializzazione e rischiare di perdersi le cose che la vita quotidiana offre.
Il secondo articolo, Corriere della Sera - E.Segantini - 1 Marzo 2013, fa presente che, con l'avvento nei nuovi media e di internet come fonte di sapere, i ragazzi chiedono sempre meno aiuto ai nonni, ai genitori e alla scuola per avere informazioni e risolvere dubbi di qualsiasi genere, dal come si attacca un bottone a chi ha vinto la guerra fredda.
« I ragazzi tendono a padroneggiare completamente un alfabeto che non solo gli anziani, ma spesso neppure i genitori e la scuola sanno usare in modo evoluto. È vero, non si può ridurre tutto a tecnica, computer e smartphone: ma se non parli quella lingua non puoi dialogare con loro. Il rischio è che si ribalti definitivamente l'asimmetria sulla quale si basa la relazione educativa: un anziano che insegna, un giovane che impara. Ma il rischio più grande è quello di perdere credibilità agli occhi dei nipoti, che pure continuano a riconoscere loro la nobile funzione di raccontatori di storie, di cui i bambini sono avidi, e in cui per ora gli anziani sono insostituibili».
Un articolo con cui non sono così d'accordo. Si, possiamo dire che i ragazzi chiedono sempre meno e che sicuramente le risposte sono più immediate di prima: se ho bisogno di sapere dov'è una città, ci metto un secondo con Google, Wikipedia o qualunque altro motore di ricerca, e questo vale per ogni dubbio abbiamo.
Ma da qui a dire che i nonni perdono credibilità agli occhi dei ragazzi ce ne passa di strada! Stiamo dicendo che i ragazzi sono incapaci di capire che non sono i nonni che si sono "rincretiniti" e non sanno più le cose, ma che è la società che si è evoluta e sta globalizzandosi sempre più, che sono le informazioni che girano ormai con una velocità incredibile e colpiscono con un raggio di azione quasi mondiale.
Ritengo che i nipoti sappiano che i loro nonni sono una fonte di sapere imprescindibile, per le cose che riguardano la loro vita personale, la storia che hanno vissuto, e come dice l'autore sono "raccontatori". Ma sono davvero contraria all'affermazione conclusiva dell'autore «Se vogliono restare centrali, i nonni devono darsi molto, molto da fare.».
E voi cosa ne pensate?
lunedì 18 marzo 2013
venerdì 15 marzo 2013
ZeroNove, è ora di leggerlo!
Vi abbiamo già parlato del progetto giornalistico che i ragazzi di Argonne e Monforte stanno portando avanti da 2009, ma oggi vogliamo farci raccontare bene come si sta evolvendo e quali sono le novità che ha portato i 2013 in casa ZeroNove. Per questo abbiamo intervistato Giacomo Migliarese, responsabile del giornalino.
Che cosa è
09?
09 è la rivista culturale del triennio
dei licei Faes Argonne e Monforte di Milano. E’ nata nel 2009 e da qui nasce il
nome.
Chi c’è
dietro? chi scrive?
L’idea è stata del professor Marcello
Bramati, insegnante di italiano dell’Argonne, che ha voluto offrire ai ragazzi
del liceo un modo per esercitare la scrittura e di conseguenza il pensiero,
ragionando di tematiche culturali in senso ampio. Da due anni la gestione del
progetto è stata affidata a me, “giornalista” della redazione 2009 e ora studente
di lettere. Cerco di coordinare i ragazzi, di organizzare il lavoro e di dare
consigli di scrittura. Bello, ma non sempre un mestiere facile.
Qual è la
mission di 09?
La pretesa è quella di rimettere a fuoco
il senso dello studio, recuperando il suo valore etimologico di “desiderio, amore di qualcosa, gusto,
passione”, che a volte si perde sotto una montagna di ore scolastiche. Scriviamo
per crescere e per fare cultura, cercando sempre di offrire uno sguardo
positivo sulla realtà, che difficilmente troviamo nell’informazione classica. Nella
nostra home page potete trovare un elenco dei perché lavoriamo a 09.
A chi si
rivolge?
La rivista si rivolge a un pubblico
trasversale. Il sogno rimane quello di interessare i coetanei e di trovare
linguaggi accattivanti per un pubblico giovane, anche se più spesso ci capita
di ricevere grande interesse da parte di lettori adulti.
Un video per
lanciare una rivista: come vi è venuta l’idea?
Quest’anno abbiamo dato vita a un sito
internet, per arrivare più in fretta a un più ampio numero di persone. Per
cominciare, anche grazie all’aiuto di amici universitari, ci siamo divertiti a
realizzare un video promozionale e, nonostante la fatica e l’inesperienza non
possiamo che essere fieri del risultato!
Rivista nel
mondo di oggi multimediale: carta o che altro?
E’ un problema ampio con cui, nel nostro
piccolo, anche noi ci siamo dovuti scontrare. Internet richiede un linguaggio
rapido e sintetico, rende difficile l’approfondimento e vive di immagini. E’ un
linguaggio diverso, né migliore né peggiore. Noi abbiamo deciso di puntare
forte sul sito con l’idea di arrivare sempre più a un pubblico di giovani, ma
non abbandoneremo la carta che ha il pregio del tangibile: avere in mano il
frutto del proprio lavoro dà molta più soddisfazione…
09 o
zeronoie? che differenza c'è?
Zeronoie è il fratello minore di 09.
Nata nel 2010, è la rivista culturale del biennio, una specie di palestra di
scrittura, per arrivare a 09 già abituati alle dinamiche di redazione e con
qualche articolo sulle spalle. Ovviamente temi e modi sono diversi, ma grazie
all’entusiasmo di ogni nuova avventura, i risultati non sono niente male. Del
progetto zeronoie quest’anno si occupa un mio caro amico, Lorenzo Ponte, che
sta facendo un gran bel lavoro.
Perché
leggerlo? che cosa lo differenzia da altre riviste simili?
Consiglio 09 e zeronoie, perché sono
riviste interessanti, brevi e fatte bene, anche dal punto di vista grafico. Non
cambiano certo la vita ma sono un modo per accorgersi dell’iniziativa dei
giovani, non sempre fannulloni come capita di sentire, ma ancora capaci di
appassionarsi alle cose belle.
mercoledì 13 marzo 2013
Il mondo dei Bimbi, intervista a Raffaella Tarassi
Raffaella Tarassi è mamma di un bimbo di nove mesi ed
è in attesa di un secondo figlio, che nascerà ad Agosto. Ha frequentato le scuole Faes dalle elementari al liceo classico, diplomata nel 2001. Nel 2012, Raffaella crea un blog interessante che intende
promuovere sia le produzione per bambino realizzati all’estero sia i prodotti
Made in Italy artigianali. Un esperimento che merita molta attenzione e che ci
facciamo spiegare direttamente da lei.
Che obiettivo si pone il tuo blog?
Come la maggior parte delle mamme, quando sono rimasta incinta di
Alessandro ho cominciato a leggere e informarmi su tutto quello che riguarda il
mondo dell'infanzia, in più abitando all'estero mi sono accorta che esiste
un'offerta di prodotti estremamente diversa da quella italiana, per cui mi sono
detta, perché non raccontare ai genitori italiani cosa succede al di la delle
Alpi? Ne ilmondodeibimbi
cerco quindi di proporre idee originali e divertenti, in particolar modo
giocattoli, abbigliamento e arredamento, che scovo online e offline, che
rendono il mondo dei nostri bimbi unico e speciale.
Che servizio offre ai lettori?
Confesso che il blog è nato un po' per caso tra una poppata e un pannolino,
non sono capace di stare con le mani in mano, e nonostante adori passare del
tempo col mio bimbo durante la maternità avevo bisogno di pensare e fare altro.
Tutto questo per dire che all'inizio non mi sono prefissata una strategia, a
sei mesi dall'apertura del blog comincio ad avere le idee un po' più chiare ed
è interessante che l'obiettivo è emerso dal confronto coi lettori e
alcune aziende del settore. L'idea alla base di tutto è mostrare che esiste
un'offerta per l'infanzia alternativa ai marchi blasonati di cui sentiamo
parlare, che l'educazione al rispetto dell'ambiente comincia quando i nostri
bimbi sono piccoli: se i loro compagni di gioco sono in plastica è ovvio che in
futuro saranno attaccati a questo materiale e non si cureranno di legno, cotone
e simili, e da ultimo che esistono ancora tantissime piccole imprese che
producono utilizzando processi artigianali e che sviluppano collezioni
estremamente creative e divertenti.
Inoltre un nuovo progetto partito da pochissimo, è una serie di interviste
a donne che hanno re-inventato la propria vita professionale in seguito alla
maternità, sfruttando la loro esperienza di mamme per creare prodotti e/o
servizi destinati ai bimbi. L'idea è quella di lanciare un messaggio positivo,
di donne che non si piegano alle logiche attuali del mondo del lavoro che
purtroppo non sono sempre in sintonia con la maternità, e che con un pizzico di
creatività, tanto coraggio e grande tenacia riescono a conciliare la sfera
privata e quella professionale.
Perché le è venuta l'idea di aprire questo blog?
Da ormai quasi 6 anni abito a Lussemburgo, un paese tanto piccolo quanto
interessante, qui infatti la cultura locale è un miscuglio di quella francese,
fiamminga e tedesca. Quando sono rimasta incinta ho scoperto che nonostante la
globalizzazione, la cultura e le tradizioni legate alla maternità e
all'infanzia sono estremamente locali, quando tornavo in Italia mi rendevo
conto che alcuni prodotti che per è erano scontati a Milano non erano così
diffusi e viceversa e ancora quando Alessandro aveva 6 mesi l'ho portato dal
pediatra in Italia e sono rimasta stupita che ha insistito moltissimo perché
gli dessi le diverse farine di riso e mais e tapioca, qui a Lussemburgo
praticamente non esistono e lo svezzamento viene fatto soprattutto con frutta e
verdura. Comunque... mi sono resa conto che esistono vere e proprie differenze
culturali, perché, quindi, non condividerle e per scoprire i punti di forza di
ognuna?
E' presente anche sui social media? Dove e perché?
Le pubbliche relazioni sono uno dei principali punti di debolezza del blog.
Sono presente su Facebook
e Twitter, ma confesso di non
animare assolutamente le pagine che al momento sono semplicemente una vetrina
dove trovare il link agli articoli che vengono pubblicati sul blog. Twitter
confesso di non aver ancora del tutto capito come funziona, lo trovo
estremamente efficace perché un sacco di aziende mi hanno scoperto e inviato le
loro collezioni proprio tramite questo social media, allo stesso tempo però ho
l'impressione che per utilizzarlo con successo occorre twittare regolarmente e
con una certa costanza, cosa che non ho ancora "l'istinto" di fare.
Facebook lo utilizzavo già privatamente, ho deciso di pubblicare il link ai
post solo un paio di mesi dopo l'apertura del blog, quel giorno le visite hanno
subito un impennata pazzesca che mi ha lasciata a bocca aperta e mi ha fatto
capire la potenza di questo strumento; lo svantaggio rispetto a Twitter è che
sei molto più vincolato alla tua cerchia di contatti per cui è molto più
complicato farsi conoscere da altri.
Qual è la sua strategia di web marketing?
Confesso, non ne ho una! A parte i social media di cui ho appena parlato
cerco di partecipare a discussioni sul blog simili al mio. Tempo fa mi sono
iscritta ad alcuni siti aggregatori, ma sinceramente non ho riscontrato una
grande differenza rispetto al non aderire. Al momento due pratiche hanno
portato a un aumento delle visite: comunicare alle aziende di cui scrivo il
link al post che le riguarda in modo da essere pubblicata sulle loro pagine
Facebook o Twitter e inserire alla fine di ciascun post "potrebbe
interessarti anche" ovvero il link ad articoli pubblicati in precedenza su
un argomento analogo a quello del giorno. Mi piacerebbe moltissimo
professionalizzarmi di più in questo ambito, confesso di pensare spesso di
seguire un corso, ovviamente online!
Donne e lavoro: che cosa ne pensa?
Penso di non essere ancora la persona adatta per rispondere a questa
domanda, dal momento che sono alla prima maternità e riprenderò il lavoro solo
settimana prossima. Ad oggi sto cercando di individuare i momenti e le attività
critiche della giornata per poterle vivere al meglio quando riprenderò, sicuramente
dovrò mettere in piedi una buona organizzazione che preveda piani B, C e a
volte anche D.
Al lavoro ho chiesto il part time che ho avuto la fortuna di ottenere,
prima di rimanere incinta mi arrabbiavo sempre con le colleghe o dipendenti che
utilizzavano la scusa "eh ma io ho i bambini" per non venire al
lavoro o fare i propri orari. Trovo molto più responsabile un discorso del
tipo: la mia situazione personale è cambiata di conseguenza non sono più in
grado di garantire lo stesso ammontare di ore e lavoro di prima della
maternità, a voler far tutto si rischia di fare tutto male! Ritengo che le
donne mamme hanno il diritto e il dovere (per se stesse, per i propri figli e
per la società) di lavorare, bisogna però rendersi conto che la disponibilità
e le necessità sono diverse rispetto a quelle di un uomo su cui è costruito
l'insieme di regole e pratiche che regolano il mondo del lavoro attuale.
So che non è una citazione molto dotta, ma mi piace moltissimo il finale
del film "Ma come fa a far tutto" con Sarah Jessica Parker che
ritengo individui in pieno il problema:
"Motivi per cui non sarebbe un problema lasciare il mio posto di
lavoro:
Primo: perché ho due vite e mi manca il
tempo di godermele.
Secondo: perché cercare di essere un uomo
significa sprecare una donna.
Terzo: perché i miei bambini cresceranno
in un lampo e io mi sarò persa tutto.
Quarto: perché prima o poi in un modo o
nell'altro, arriva il giorno in cui le cose cambiano.
So che se non avessi questo lavoro
le cose sarebbero migliori, sotto tutti i punti di vista, ma senza quel lavoro
non sarei più io, ma senza di te (il marito), Ben e Amy (i figli) non sono
niente!"
Che cosa le ha dato in particolare di positivo la scuola Monforte che le è servito per la sua crescita personale e professionale?
Un insegnamento che ho ricevuto dalla Monforte è quello di credere in qualcosa per cui vale la pena combattere fino in fondo. Quando mi viene affidato un progetto mi piace analizzarlo nei minimi dettagli e portarlo a termine, adoro il confronto con gli altri, ma difficilmente mi lascio mettere i piedi in testa. Altri aspetti che ho appreso in Monforte sono l'organizzazione, il rigore e la metodologia che ritengo siano estremamente utili e importanti in qualsiasi ambito professionale e non solo.
Perché scegliere oggi la Monforte?
La Monforte non è una scuola che impartisce solamente conoscenza secondo il programma ministeriale, si propone infatti anche di formare delle Persone trasmettendo dei Valori; se questi valori non sono condivisi dalla famiglia il messaggio educativo è confuso e quindi difficile da capire e da far proprio. Questo non vuol dire che la visione del mondo è formattata e univoca, ma sicuramente in un momento della vita in cui sono gli ormoni a comandare il fatto di avere un messaggio coerente dalle principali istituzioni formatrici aiuta a prendere sicurezza, esplorare nuovi ambiti e farsi un'idea propria. Alcune cose che mi sono state insegnate dai miei genitori e dalla Monforte le condivido altre meno e nonostante le abbia messe da parte sono altrettanto importanti in quanto mi hanno permesso di costruire la mia opinione.
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lunedì 11 marzo 2013
Per una scuola a misura di famiglia
Si fa un gran parlare (giustamente) dell'“emergenza educativa” e del ruolo centrale ed insostituibile nell’educazione dei figli da parte dei genitori.
Cosa significa una scuola a misura di famiglia ?
Vuol dire una scuola che ponga, con la dottrina sociale della Chiesa, al centro la verità e la tutela della persona ed il ruolo inalienabile della famiglia quale primario e necessario corpo intermedio.
Con questa analisi, suffragata da numerosi studi scientifici, si vogliono sottolineare i vantaggi di una formazione differenziata e le peculiarità di un’educazione personalizzata, come la potrebbe offrire, ad esempio, una scuola single-sex. In questo senso bisognerebbe confrontare in modo serio e rigoroso i risultati ottenuti dagli allievi di scuole miste (maschi e femmine) e quelli di scuole differenziate o single-sex (soli maschi o sole femmine).
Per fare questo basilare e onesto confronto occorrerebbe sbarazzarsi in fretta di quel corrosivo abito ideologico che ha permesso, attraverso la rivoluzione sessuale e dei costumi del 1968, la diffusione generalizzata e scientificamente poco riflessiva delle scuole miste.
Nella realtà, la cosiddetta emancipazione della donna e l’allargamento delle “pari opportunità”, auspicato anche attraverso la coeducazione, non ha prodotto buoni risultati, in quanto le aspettative per coltivare le specifiche differenze maschili e femminili sono state disattese proprio (riferendosi alla scuola) all’interno delle scuole miste. Si è coltivata l’idea che la scuola mista potesse essere l’unico modello educativo valido; non si è valutato, in libertà e verità, come la scuola differenziata potesse costituire una autentica risorsa per il bene comune della società e della istituzione familiare.
Non solo, si è voluto imporre un modello di scuola illiberale proprio perché non si è accolto in pienezza il pluralismo benefico dei modelli educativi. Non si ha nulla, di per sé, contro le scuole miste; si vorrebbe solamente produrre uno stimolante confronto con altre iniziative educative per poter dare la possibilità agli alunni e alle famiglie di poter scegliere. Da numerosi studi effettuati in alcuni Stati (Gran Bretagna, Francia, Germania, Australia, Stati Uniti) si evince in modo chiaro quanto qualitativamente migliore sia l’apprendimento nelle scuole omogenee rispetto a quelle miste, tanto da far decidere ad alcune significative Nazioni (ancora Gran Bretagna, Germania, Australia, USA, ma anche Svezia ed Austria) di indicare a modello educativo la scuola differenziata per genere.
In Italia il FAES (Associazione Famiglia e Scuola) è impegnato da molti anni in questa battaglia a favore della libera scelta educativa, in appoggio alle famiglie ed ai ragazzi, avendo scelto di proporre l’educazione omogenea, non senza innumerevoli sforzi, quale modello per la maturazione organica degli allievi. Si potrebbero citare molti altri studi che, da più parti, sostengono in modo convincente la scuola differenziata o omogenea; occorre però ribadire che il punto di partenza sta nel prendere sinceramente atto, contro ogni falso ed ideologico egualitarismo, che uomini e donne sono naturalmente diversi.
Sono diversi fin dalla nascita, con ritmi diversi di apprendimento e di maturazione personale. Sono diversi come sensibilità, come reazione agli stimoli, come modi distinti di percepire e di vivere il reale. Dinanzi alla diversità innata nulla può l’ottusità dei pregiudizi; dinanzi agli studi scientifici che attestano la diversità (nobile) ad esempio dell’intima struttura cerebrale, nulla può lo strepito irrazionale e banale.
Risulta evidente che la sana passione per l’apprendimento è alimentata laddove i contenuti educativi considerino le preferenze naturali e oggettive. Maschi e femmine hanno bisogno di tempi e spazi diversi poiché lo sviluppo naturale, biologico e psichico, avviene in modo diverso.
A nulla valgono le pretestuose considerazioni che avallerebbero le scuole miste quale supporto all’equilibrio emotivo dei ragazzi; al contrario, l’anticipata convivenza coeducativa nella scuola non migliorano affatto le capacità relazionali e l’equilibrio emotivo. Proprio perché viviamo in una società estremamente “erotizzata” è quanto mai opportuna una scuola in cui sia possibile assicurare una formazione differenziata di ragazzi e ragazze.
Le ricerche più evolute hanno verificato che le donne educate in scuole solo femminili sviluppano maggiore autostima, autocontrollo, competenza e sicurezza. La vera uguaglianza richiede quindi una pedagogia oculata e differenziata, una educazione personalizzata dove venga posto al centro, assieme alla famiglia, la persona (sia maschio sia femmina) con le proprie specificità.
Dal punto di vista legislativo, in Italia, la libertà di insegnamento è riconosciuta dall’articolo 30 della Costituzione, ma è risaputo quanti ostacoli (di natura culturale, sociale ed economica) sono frapposti alla libera scelta educativa da parte delle famiglie. Anche per l’educazione differenziata non ci dovrebbero essere limiti al libero esercizio educativo, come recita l’articolo 2 della Convenzione dell’UNESCO, nel quale si cita come non discriminante il mantenimento di centri di educazione che separano gli alunni di sesso maschile da quelli di sesso femminile, sempre nel rispetto dell’uguaglianza di opportunità.
Di fatto le famiglie soffrono anche in merito alla scelta educativa, che, seppur garantita sulla carta, rimane lontana nei fatti. Allo Stato spetterebbe garantire la libera scelta dei genitori (scuola statale e non, scuola mista e scuola omogenea, ecc.), i quali potrebbero e dovrebbero esercitare il proprio improcrastinabile ruolo di principali educatori dei figli.
La centralità della persona, i principii complementari di solidarietà e sussidiarietà riconosciuti e valorizzati dalla Dottrina sociale della Chiesa attengono anche alla libera scelta educativa della scuola ed al coinvolgimento essenziale delle famiglie.
Siamo tutti chiamati a favorire e sviluppare un efficace pluralismo educativo, affinché le famiglie e gli allievi possano esercitare ciò che a loro spetta: un autentico diritto allo sviluppo armonioso delle virtù per concorrere al bene comune, cioè al bene integrale di tutte le persone e di tutta la persona (maschio e femmina).
venerdì 8 marzo 2013
Il valore pedagogico delle buone maniere
di Michael Dall’Agnello
In un clima di spontaneismo qual è
quello in cui viviamo, può sembrare anacronistico parlare di educazione alle buone
maniere. In fondo -si dice- ciò che conta in una relazione è il contenuto,
l’intenzione; per questo è meglio evitare fronzoli zuccherosi, manierismi
ipocriti, incipriati e imparruccati, da “Ancien Régime”: meglio una persona grossolana,
ma onesta! E questo, almeno in parte, è vero.
Con tutto ciò, però, si corre il
rischio di buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Siamo passati da un
tempo in cui la forma era tutto, ad un altro in cui la maleducazione è addirittura
considerata un pregio. Non sarà che, se rettamente intrepretate e applicate, le
buone maniere hanno ancora qualcosa da dire? Molto dipende da cosa intendiamo
per persona. Sul fatto che, nelle relazioni tra persone, le informazioni
debbano essere certe e attendibili siamo tutti d’accordo. In linea di principio
la sincerità è un pregio, come rubare (almeno quando lo fanno gli altri) è
ancora considerato un crimine. E allora perché le cose non vanno? Alla persona appartengono
il concetto di buono e di vero, ma anche quello di bello! Il bello è ciò che, quando
guardiamo un quadro che ci affascina, ascoltiamo una musica coinvolgente o
semplicemente contempliamo il volto della persona amata, supera i sensi, “entra”
dentro di noi a poco a poco, e si rivela come una novità, rendendo la nostra
vita più piena. Il “bello” appartiene ad ognuno di noi! Con ciò non mi
riferisco agli stereotipi pubblicitari sul corpo in voga oggi, ma a qualcosa di
più profondo -per certi versi misterioso, ma reale- che si nasconde dentro
ciascuno e ciascuna di noi. Un qualcosa che si rivela quasi senza che glielo
chiediamo, ma che parimenti ha bisogno di essere “accettato”, per essere
trattenuto. Il tutto avviene spontaneamente, ma non di meno, ognuno ha bisogno
di essere educato al bello per saperlo riconoscere.
Alla fine del XIX secolo, nell’ambito
di uno studio sull’arte, ad un buon mussulmano, che non aveva mai visto
raffigurato un essere vivente, perché la sua religione glielo impediva, fu
fatta vedere l’immagine di un cavallo. Ciò che suscitò stupore fu la sua
considerazione: “Quell’immagine non è di un cavallo!”. Certo, dico io, non era mai
stato educato a leggere le immagini con figure vive.
Questo è il punto: così
come per l’arte, che richiede un ammaestramento per essere compresa –e per
essere espressa-, ugualmente, per contemplare ed esprimere il bello insito in ognuno
di noi, c’è bisogno di essere educati. Ecco il vero ruolo delle buone maniere!
E come l’artista ha bisogno di molta disciplina -alla quale del resto si sottopone
di buon grado-, anche per educare alle buone maniere, la disciplina è imprescindibile!
Non basta l’intenzione per fare un bel quadro, come non basta per raggiungere
la finezza di spirito: ci vogliono, impegno, pazienza… e regole, perché se il
bello del gioco del calcio non sono le regole, è pur vero che se queste mancano,
la bellezza rimane inesprimibile e il gioco finisce. L’obiettivo dunque è alto:
proporre un’educazione alle buone maniere esigente, ma “libera”, cioè condivisa,
almeno nelle sue finalità, anche da chi viene educato. L’impresa è rischiosa,
essendo sottoposta all’arbitrio. Per gli educatori non esistono ricette
preconfezionate, tranne la convinzione di lavorare per una causa che eleva
educando ed educatore, e l’amore per il bello e le virtù (suoi corollari), che intravvedono
nei loro discepoli.
Poca cosa, se si pensa al deserto
d’innanzi al quale a volte ci imbattiamo. Possono consolare due considerazioni;
la prima: se irrigo un deserto, ne faccio un giardino; la seconda è tratta dal
seguente dialogo tratto da “Il dottor Zivago” e si riferisce alla misteriosa
capacità che possiede chiunque, anche il più disgraziato, se toccato da una
scintilla di benevolenza, di “elevarsi” a sublimi altezze, ad onta di ogni
previsione:
"- E voi credete il contrario? Che il mondo sarà salvato dalla bellezza, dal mistero e cose del genere, Ròzanov e Dostevskij?
- Aspettate, ve lo dico io quello che penso.
Penso che se la belva che dorme nell'uomo si potesse fermare con una minaccia,
la minaccia della prigione o del castigo dell'oltretomba, poco importa quale,
l'emblema più alto dell'umanità sarebbe un domatore da circo con la frusta, e
non un profeta che ha sacrificato se stesso. Ma la questione sta in questo,
che, per secoli, non il bastone, ma una musica ha posto l'uomo al di sopra
della bestia, l'irresistibile forza della verità disarmata, il potere
d'attrazione del suo esempio. Finora si riteneva che la cosa essenziale del
Vangelo fossero le massime e le regole morali contenute nei comandamenti,
mentre per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla
vita di ogni giorno, spiegando la verità al lume dell'esistenza quotidiana.
Alla base di questo sta l'idea che i legami fra i mortali sono immortali e che
la vita è simbolica perché ha un significato" (Borìs Pasternàk, Il dottor Zivago).
mercoledì 6 marzo 2013
Educare all'amore
di Michael Dall’Agnello
La scuola propone spesso ai nostri figli corsi di educazione
sessuale, e noi, come genitori, ci domandiamo se sia giusto e chi lo debba
fare? Lo psicologo? Il sessuologo? E ci troviamo disorientati di fronte a certa
invadenza auto referenziata.
Che fare? Prima di tutto non confondere i termini. Se
sappiamo cos’è l’educazione, attività che coinvolge tutta la persona, anima e corpo,
non ci può essere vera educazione se non in sintonia con i genitori.
I primi educatori sono i genitori, sono loro che
devono educare all’amore che è ciò che dà significato al sesso e, in secondo
luogo, molto in secondo luogo, la scuola.
Senza pretese di completezza, propongo un decalogo
sull’educazione all’amore.
1. Testimoniare l’amore, amando il coniuge. E’ lo
sguardo limpido, da innamorato -sì da innamorato! Si può essere innamorati per
tutta la vita della stessa persona-, che rivolgo a mia moglie, a mio marito,
che educa mio figlio all’amore, prima ancora delle spiegazioni e delle
raccomandazioni che posso fargli sull’amore.
2. Sapere che non esiste amore se non un “amore
esigente” che sa rinunciare, perché ha scelto un bene maggiore.
3. Amare è un “verbo”, che deve essere coniugato tutti
i giorni, come il respiro, non posso smettere, devo volerlo ogni giorno.
4. Questo amore deve essere alimentato costantemente,
come si alimenta il fuoco, con ceppi sempre nuovi e non con paglia, e il
combustibile è la fatica che faccio per “conoscerti” al di là del “mi piace” o
“non mi piace”, lì dove sei unico (unica) e irripetibile, perché lì ritrovo ciò
che a me manca.
5. Avere l’umiltà di accettare che per amare devo vivere
la castità, cioè avere gli occhi e il cuore limpidi. E, se a volte sbaglio, non
confondo l’amore col possesso, ma so chiedere scusa al coniuge e a Dio, e
ricomincio.
6. Educare i figli fin da piccoli alle virtù, che sono
la strada che conduce all’amore: la modestia nel vestire (che non deve essere
sciatteria, ma un modo per dire: “Anche
se non appaio valgo lo stesso!”), la sobrietà nell’uso delle cose (l’utilizzo
dei cellulari ne è l’esempio negativo più eclatante), la morigeratezza nel cibo
e nell’impiego dei mezzi di comunicazione… Tutto questo li aiuta a fortificare
la volontà e a saper dire di “no”. Altrimenti come possiamo sperare che, una
volta cresciuti, sappiano rinunciare a qualcosa per “qualcuno”?
7. Educare alla speranza. A due anziani signori è
stata posta questa domanda: “Come avete
fatto rimanere assieme per 65 anni?” La loro risposta è stata: “Ai nostri tempi le cose si aggiustavano e
non si buttavano!”. C’è sempre tempo per ricominciare; nulla è
irreparabile, a meno che non lo vogliamo; oggi invece si getta via tutto ciò
che non funziona, sentimenti compresi.
8. Educare all’amicizia, che è l’anticamera dell’amore.
“Gli uomini non hanno più tempo per conoscere
nulla -disse la volpe al piccolo principe-. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono
mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici”. E’ con l’amicizia che si educa a capire
che l’amore non si compra… nonostante le incomprensioni e gli screzi.
9. Educhiamo i nostri figli a scegliere, a porli di
fronte a delle scelte, e ad essere responsabili delle loro scelte,
assumendosene le conseguenze, perché non esiste amore senza responsabilità: “Tu sei responsabile per sempre della cose
che hai addomesticato –dice la volpe al piccolo principe-. Tu sei responsabile della tua rosa!”.
10. Insegniamo a saper attendere, a non voler tutto
subito. L’attesa è l’apprendistato dell’amore, perché è la forgia che purifica
i sentimenti, bruciando le scorie delle suggestioni passeggere.
Non dimentichiamo infine che
educare, deriva da “ex-ducere”, cioè tirar fuori… il meglio, che c’è in ogni
persona; il suo negativo è sedurre, che deriva da “se-ducere”, cioè attirare a
sé, dalla propria parte; oggi, spesso per paura, si educa poco e si seduce
molto, con il risultato di ingannare e ingannarci.
Buon lavoro, allora!
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