mercoledì 1 maggio 2013

Ma il metodo Montessori avrebbe ammesso i touch screen? Forse sì


di Renato Benedetto

All’inizio domina lo stupore. Quando si osservano le piccole mani di un bambino, che ancora non va neanche a scuola, agire con disinvoltura sullo schermo di un tablet, colorare, muovere figure, animali e piante con un dito come fosse naturale. Poi arriva il momento del dubbio: «Da un lato i genitori vogliono che i loro figli imparino a nuotare agevolmente nel mare digitale dove dovranno navigare per tutta la loro vita. Dall’altro, temono che troppa esposizione ai media digitali, troppo presto, li affogherà». Così Hanna Rosin ha riassunto, su The Atlantic, il dilemma della «generazione touchscreen»: sperare che il tablet possa compiere miracoli sul quoziente intellettivo del bambino, renderlo un navigatore navigato; ma se usato a dovere, altrimenti il piccolo rischia di trasformarsi in un adolescente pallido, «incapace di guardare gli altri negli occhi e con un avatar per fidanzata».
Se abbondano gli studi sulla televisione, maestra buona o cattiva, sugli schermi che si toccano è stato ancora scritto poco
«L’iPad è stato lanciato nell’aprile 2010, è coetaneo di un bambino che ha appena compiuto tre anni, troppo poco per studi approfonditi», puntualizza Emma Baumgartner, ordinario di Psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. In famiglia, intanto, ci si sbizzarrisce con le regole più disparate sull’uso del tablet.
C’è chi lo vieta del tutto, chi lo autorizza a orari da sportello al pubblico, chi solo nei viaggi lunghi. Chi divide le app tra buone e cattive: bene quelle educative, zeppe di lettere e numeri o in inglese, così si porta avanti con lo studio della lingua. Per definizione, i genitori credono che anche la più piccola scelta segnerà irrimediabilmente il destino del piccolo: «C’è molta ansia, troppa — continua la professoressa —. I bimbi, anche di 18 o 24 mesi, si muovono con naturalezza sugli schermi».
Sono oltre 40 mila su App Store i titoli per bambini (solo per neonati nella sezione italiana si sfogliano circa 4 mila risultati), più quelli su Google Play. Senza contare i tablet dedicati ai più piccoli. I nostalgici correranno con il pensiero ai tempi in cui bastava una pietra, un bastoncino e la fantasia.
«Mio figlio si arrampica sugli alberi, gioca con gli altri, si sbuccia le ginocchia e usa l’iPad — racconta Roberta Franceschetti, fondatrice di Mamamò.it, che recensisce app per bambini —, che stimola, eccome, la fantasia. Ci sono applicazioni per disegnare, per giocare con i suoni. Crayon Physics, ad esempio, permette di tracciare forme su un “foglio” bianco dove agiscono le leggi della fisica: il bimbo sposterà una palla attraverso gli oggetti che lui stesso ha disegnato». Non è detto, poi, che la tavoletta conduca all’isolamento ed escluda il contatto.
Con i genitori, innanzitutto: «Si prendano i libri interattivi. Il genitore legge il testo, mentre i figli, con i loro tocchi, possono far apparire immagini, animazioni e suoni». O con i coetanei: «In molti giochi si può toccare in due lo schermo, ci si sfida o si collabora, stimolando la curiosità reciprocamente: vediamo che succede se facciamo così…». Alcuni giochi digitali ricalcano l’antico. Con Toca Tea Party, campione di download, si gioca a «servire il tè»: fa parte di una serie, Toca Boca, che prevede di giocare in maniera simile alla parrucchiera, al sarto, con il trenino.
«E ancora: abbecedari, app sui numeri, quelle ispirate al metodo Montessori». Dopotutto era proprio Maria Montessori, che sul naturale sviluppo del bambino ha posto l’accento, a dire che «le mani sono gli strumenti propri dell’intelligenza dell’uomo». Con le mani si può giocare con la sabbia e «tappare» su uno schermo. «L’elemento di novità del tablet — spiega ancora Baumgartner — è che un bambino può usare le dita e osservare gli effetti. A ogni azione ha una risposta immediata. Si ha il principio, importante per lo sviluppo cognitivo, che Piaget ha definito “il piacere di essere causa”. Impara che può produrre un effetto sul mondo, prendere decisioni e pianificare, scopre la sua autonomia».
Si sviluppa, inoltre, un modo diverso di pensare: «Le informazioni non sono di tipo seriale, come in un libro, ma processate in modo parallelo». La generazione touchscreen è destinata a essere «naturalmente» multitasking? «Si va in questa direzione», risponde Francesca Romana Puggelli, che insegna Psicologia sociale alla Cattolica di Milano e ha due figli «uno di 2 anni, uno di 5, ciascuno con il suo iPad»: «Non bisogna pensare che il tablet crei dipendenza, o streghi i bambini. Ci si può anche stufare, a quell’età il bimbo è curioso di tutto», spiega Puggelli. «Per un uso equilibrato bisogna considerare la “dieta” generale, cioè il tempo concesso ai media digitali rispetto alle altre attività, e i contenuti scelti. E poi dipende da bambino a bambino».
«L’importante è non utilizzare mai lo schermo come baby sitter, i genitori devono essere presenti — suggerisce Serena Valorzi, psicologa e autrice di Generazione cloud — e accompagnare i figli nella scoperta delle tecnologie, perché, crescendo, non si avventurino da soli nella Rete».
Dove, comunque, arriveranno: allora, più che i divieti, sarà meglio accompagnarli.

lunedì 29 aprile 2013

Ascoltare e dialogare, piccole riflessioni


TEMPO E PAZIENZA PER ASCOLTARE E DIALOGARE
Per ascoltare e dialogare occorre tempo. A volte siamo oppressi dalla fretta immaginaria. Andiamo di corsa, senza motivo, semplicemente perché siamo abituati così. Avere il coraggio di saper perdere tempo con i nostri cari. Se una persona ha bisogno di una giornata per parlare diffusamente di una certo problema, sappiamo tirarla fuori: è una giornata d’oro per la famiglia, molto più preziosa, in quella circostanza, di una giornata di lavoro. Se non abbiamo tempo in quel momento, lo diciamo: “Guarda, in questo momento non posso ascoltarti con calma, voglio dedicarmi a te completamente, quindi possiamo parlarne fra due ore? Stasera? Domani?". Dire esplicitamente che non abbiamo tempo in quel momento, anziché ascoltare nervosamente, scalpitando. Tuttavia teniamo presente che anche se abbiamo solo cinque minuti per ascoltare, cinque minuti in fretta, o cinque minuti con calma, cinque minuti restano.


ASCOLTARE IL DOPPIO DI QUANTO PARLIAMO
I rabbini dicevano che le orecchie sono due e la bocca una, quindi bisogna ascoltare il doppio di quanto si parli. Anche dal punto di vista evolutivo è la madre che parla e il bambino ascolta, cioè prima di parlare si riceve tutta una serie di stimoli affettivi, corporei, emotivi, accompagnati da parole, e solo dopo molto tempo il bambino riuscirà  a parlare.

G. Bassi e R. Zamburlin, La comunicazione nel rapporto di coppia, San Paolo, p 32

DOMANDARE AI RAGAZZI…
Abituatevi a porre domande che aiutino ad avviare e sostenere una conversazione.
“Che cosa hai pensato oggi alla fine della partita?”
“Che cosa pensi del programma che abbiamo visto ieri sera?”
“Se fosse possibile, che cosa vorresti cambiare nella nostra famiglia?”

G. Chapman, Famiglie felici, Elledici, p 208


Testi tratti da 
www.comunicareinfamiglia.it










venerdì 26 aprile 2013

"Quando Dio è contento"



Pippo Corigliano presenta per FaesBook il suo nuovo libro “Quando Dio è contento”…
Quando Dio è davvero contento?
Il segreto della felicità è quello di lasciar fare a Dio, e la prima conseguenza è saper voler bene. Anche per questo nel libro si racconta di persone e non si fanno teorie. A tal proposito una persona che ho conosciuto è San Josemaria Escrivà, un uomo che sapeva voler bene, così come Giovanni Paolo II. Certo adesso avrei potuto inserire anche Papa Francesco ma anche Ratzinger perché abbiamo avuto una serie di Papi che sapevano parlare con amore e dell’amore.

Che relazione c’è tra Dio e la felicità?
Un’identità totale. "La creatura sta bene quando è in sintonia con il creatore". Dio ci ha dato il creato, ci ha dato l’esistenza e quindi saremmo sciocchi se continuassimo a fare come Adamo e a fare le cose per conto nostro. E’ invece molto più bello rendersi conto che noi siamo dei poveri uomini che però diventiamo grandi quando ci appoggiamo a Dio… Bisogna imparare ad appoggiarsi a Dio, è questo il vero segreto.

Nel libro si fa accenno al film “The blues brothers”…
“Siamo in missione per conto di Dio”. Così dicono nel film, ed uno dei motivi del suo successo è che ha questa colonna vertebrale, cioè c’è questo filo che regge tutta la trama, e dove questa frase “Siamo in missione per conto di Dio” dà una forza particolare al film, con quel clima surreale e che trasmette un concetto molto chiaro, dove la fiducia dei protagonisti di riuscire è legata a questa missione. Gesù dice “Io mando voi come il Padre ha mandato me” e quindi da qui nasce il concetto che “noi siamo in missione per conto di Dio”.

Si sente di dare qualche consiglio agli studenti e agli insegnanti Faes per conquistare la felicità a scuola e nella vita?
A questo devono pensare i genitori. Io ho una grande ammirazione per i genitori… Quando ho scelto il celibato pensavo di essere un eroe per questa scelta. Man mano che mi rendevo conto di com’era la vita delle persone sposate mi sono reso conto di quanto è una vita davvero eroica. L’unico consiglio che mi sento di dare agli educatori è quello di essere loro i primi ad appoggiarsi su Dio, in altre parole quello di confessarsi, di leggere il Vangelo e di andare a Messa.

mercoledì 24 aprile 2013

Preistorici ma mai così attuali



"C'era una volta l'età della pietra, quando gli uomini stavano nelle caverne per proteggersi dalle bestie feroci e trovare di cosa cibarsi significava rischiare la vita. Tutto era molto diverso, allora, tranne ... l'adolescenza. Eep è la figlia maggiore dei Croods e non ce la fa più ad accontentarsi della mera sopravvivenza; vuole uscire, curiosare, in una parola: vivere. Perché mai tutto ciò che è nuovo dev'essere considerato letale? Eep proprio non se lo spiega e, quando incontra Guy, si mette al suo seguito, rivoluzionando la propria esistenza e quella di tutta la famiglia. 
Sì, perché i Croods sono così uniti che si potrebbero dire appiccicati. Il capofamiglia, un cavernicolo che non ha mai avuto un'idea né ha mai sentito il bisogno di averla, ha fatto della protezione di moglie e figli la sua missione (di strappare la suocera alla morte farebbe anche a meno, ma è inclusa nel pacchetto) e gli animatori della DreamWorks giocano bene e a lungo sulla compattezza del clan, sui problemi che derivano dal dover restare sempre vicini ed uniti, e incollano i personaggi tra loro creando divertenti effetti a catena e rovinosi effetti "elastico", più slapstick che mai. Ma non è solo questione di movimentare la commedia o di renderla fisica, insistendo così sull'animalità degli uomini primitivi: è soprattutto per parlare di legami e di senso della famiglia che gli autori dei Croods spingono su questo pedale. Così, quella che poteva sembrare una trovata facile, in salsa Flinstones, si rivela invece un film spiritoso e sentimentale, nel senso positivo del termine.
Poi arrivano anche le scoperte e le invenzioni che punteggiano il viaggio degli eroi verso il "domani": il fuoco, le scarpe, le automobili (su quattro zampe), persino una sorta di navicella spaziale. Ma, ancora una volta, è più spettacolare la visione del cielo stellato (preclusa a chi non aveva il coraggio di affrontare la notte all'aperto) o quella dell'acqua del mare. La seconda trovata del film, infatti, è proprio quella di offrirci ogni scoperta come un'occasione di riscoperta, senza per questo farsi pedante o istruttivo (ma romantico sì)."

Ci siamo affidati alle parole utilizzate dal sito MyMovies per recensire questo straordinario cartone firmato DreamWorks. Straordinario non solo per l'ironia e la simpatia che viene portata in scena, ma soprattutto per i tasti che vengono toccati durante tutta la storia. 

Si parla di curiosità, la temuta curiosità  che papà Croods cerca di evitare a tutti i costi o...MUORI (citando il capofamiglia preistorico), ma che poi porterà i nostri protagonisti a vivere incredibili avventure.

Di rapporti famigliari, oltre al simpatico rapporto suocera-genero che nonostante tutto si vogliono bene, viene messo al centro dell'attenzione il rapporto padre-figlia, un rapporto difficile ma ricco di amore. Che, ammettiamo, provoca qualche lacrimuccia negli spettatori più adulti (in sala i deboli di cuore si sono commossi più volte!).

Il ruolo del padre come protettore della famiglia: una figura nel film che, soprattutto agli occhi della figlia adolescente, sembra rude e ingiusto, ma che man mano ci si accorge che ha a cuore il bene di tutti, e quella facciata da duro è dovuta solo al ruolo che si è imposto: far sopravvivere la tutti i costi i suoi cari, proteggerli dalla dura vita che esiste al di fuori della caverna. Ecco perchè secondo lui il nuovo è male: porta dolore perchè porta a situazioni che non si possono controllare.

Non vi vogliamo svelare di più altrimenti che gusto ci sarebbe ad andarlo a vedere, ma ve lo consigliamo caldamente! Non sono a chi ha bambini in età da cartoni, ma tutti dovrebbero vedere questo film di animazione, che porta a riflettere su grandi temi che aiutano nella vita di tutti i giorni!

P.S. Segnaliamo con orgoglio che alla realizzazione del divertentissimo lungometraggio animato ha partecipato un ex-alunno Argonne, Josè Guinea Montalvo, in qualità di "Lighting Technical Assistant at DreamWorks Animation".

lunedì 22 aprile 2013

Educare al bello


Vogliamo oggi proporvi questo articolo datato 17 Marzo, uscito su Avvenire. Un tema a noi caro: il senso del bello. I ragazzi di oggi, saranno gli adulti del domani. Senso critico, senso di ciò che abbiamo intorno, capire il bello delle COSE generali che ci circondano, dai monumenti che rappresentano la nostra storia, alla bellezza delle relazioni che ci costruiamo nella nostra vita. Tutto passa attraverso la bellezza. E secondo questo articolo, anche l'economia e la società girano meglio se c'è bellezza. Leggere per essere colti da improvvisa voglia di BELLO!



Sorella bellezza

Abbiamo un vitale bisogno della virtù civile ed economica della bellezza. La bellezza ci è necessaria per il rilancio della nostra economia e del lavoro, per una rifondazione della scuola e dell’università, e per curare veramente le vecchie e nuove forme di povertà involontaria e non scelta, che per essere sanate hanno bisogno della bella povertà di Francesco. L’economia e la civiltà italiane non hanno solo 'generato' bellezza (artistica, musicale, urbana ...): prima è stata la bellezza a generare economia e civiltà. Il Made in Italy, di ieri e di oggi, lo hanno fatto artigiani lavoratori formati dalla bellezza, cresciuti in mezzo alle nostre cattedrali, piazze, valli, mari e montagne. Gli input delle nostre economie non sono stati soltanto le materie prime, il capitale e il lavoro: nelle filiere produttive sono entrati anche Dante, Pinocchio, Fellini, storie, paesaggi, affreschi, chiese. Bellezza che è diventata anche design, auto, scarpe, abiti, cibo. 


Quando andiamo in Umbria o in Sicilia per turismo eno-gastronomico, non 'consumiamo' soltanto alloggio, cibo e vino, stiamo 'mangiando e bevendo' anche bellezza, accumulata in millenni di cultura e di paesaggio (nel prezzo dei beni ci sono componenti che l’imprenditore vende, ma che non son suoi: le tasse sono anche questo). Siamo stati capaci di creare valore economico finché siamo stati capaci di generare valore aggiunto in bellezza, fin quando l’abbiamo saputa raccontare, e poi tradurla anche in prodotti, in beni, in economia, benessere. Oggi stiamo consumando bellezza, ma non siamo capaci di riprodurla, se non in quantità minima. Dobbiamo tornare a produrre bellezza, se vogliamo tornare a produrre beni e lavoro. Ma la bellezza non si pianifica nelle business school né nei tavoli politici: nasce, fiorisce, dalla gratuità, da quella charis / grazia che è radice anche di bellezza (grazioso), e quindi dall’amore dei luoghi, delle città, dei territori. 


La bellezza è poi essenziale, sebbene oggi meno evidente, per una buona scuola e buone università, che sperimentano carestie non solo di risorse economiche e finanziarie, ma anche di bellezza. Per la formazione del carattere dei bambini e dei giovani dovremmo usare i luoghi più belli della città, oggi catturati dalle banche e dalle rendite, mentre gli studenti sono confinati in edifici sempre meno curati, spesso in un vero stato di degrado. Non so come si possa insegnare, incontrare e conoscere Socrate, Pitagora e Leopardi in luoghi brutti. 

Chi lavora nelle scuole sa – se vede bene – che le aule, le pareti, i giardini parlano e insegnano, sono 'colleghi' parlanti linguaggi non verbali, ma vivi come i nostri. Questo lo sanno molto bene i bambini, perché lo hanno imparato dalle fiabe e dai cartoni, dove anche i grilli, gli animali e le piante parlano, e dove le case hanno occhi e sanno sorridere. Anche per questo motivo i bambini non sono adulti con qualcosa in meno, perché hanno anche qualcosa in più degli adulti, che si perde crescendo. Senza questa consapevolezza è impossibile una vera reciprocità bambino-adulto. Ma se pochi minuti dopo aver letto un testo di Ungaretti, cercando di far vivere e sperimentare qualcosa del mistero della poesia (la poesia o la si vive e sente nella carne, o è esercizio inutile, se non dannoso), gli alunni e gli studenti fanno ricreazione in luoghi sciatti e degradati, quell’esercizio di libertà e di verità si disperde. Così il giorno dopo l’insegnante-Sisifo, deve ripartire da zero, o quasi. Non c’è scuola buona che non sia anche bella. 

Ma se c’è un luogo dove il bisogno di bellezza è ancora più urgente, questo è il mondo delle povertà. Nelle società passate, i luoghi più belli della città erano le cattedrali e le chiese, abitati dal popolo, quindi anche dai poveri. È stupefacente pensare che gli affreschi di Giotto e di Caravaggio adornavano anche, e soprattutto, i luoghi dei poveri, quelli della gente semplice, umile, analfabeta: il giogo duro delle loro vite brevi e piene di stenti era reso più leggero anche dal dono dell’arte di artisti e di mecenati, che con la bellezza restituivano e condividevano parte della loro ricchezza. 

Certo, in quelle società c’erano ancora molto lusso e molta ricchezza privata non condivisa con tutti né tantomeno con i poveri. Ma oggi, nonostante rivoluzione francese e democrazia, la ricchezza condivisa sotto forma di bellezza è ancora minore, perché la ricchezza che nasce dalla finanza finisce nei paradisi fiscali, o in residenze e beni di consumo privatissimi e invisibili. Le ville dei super-ricchi non abbelliscono alcuna città, perché la gente non le vede più, tantomeno le 'abita': sono ricchezze incivili, perché non sono nelle e per le città. Così quei lussi e quegli sfarzi non sono più autenticamente bellezza, e neanche per chi li possiede, perché la bellezza per essere tale ha bisogno dello sguardo dell’altro, e dello sguardo del povero. «Sposata hai una pena di non provar gioia alcuna che non sia di tutti»: c’è qualcosa di universale in questo bel verso di Davide Maria Turoldo. «Nella mia cooperativa – mi raccontava un imprenditore civile – voglio avere ottimi parrucchieri, perché – aggiungeva – se una signora anziana che si è fratturata un femore non si risente bella, non guarisce, e può lasciarsi morire». 

La bellezza vera è terapeutica: si può morire, o non guarire, anche per la bruttezza dei luoghi. Accogliere e aiutare persone povere in luoghi belli dà loro quella forza in più per fare il primo passo per riprendere il cammino, perché la bellezza risveglia la nostra parte migliore. Questa bellezza non è un bene di lusso, è un bene di prima necessità, che coabita con la sobrietà e la povertà. Riportiamo allora la bellezza nelle città, nelle imprese, nelle scuole, altrimenti ci mancherà la forza spirituale e simbolica per ricominciare.



Luigino Bruni

venerdì 19 aprile 2013

Sognatori a scuola, D'Avenia e i professori che aiutano a crescere



Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori “una specie protetta che speri si estingua definitivamente”. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c’è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l’assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell’amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l’ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.

Avrete forse riconosciuto di che libro stiamo parlando, o dovrei dire film dato che di recente si parla di questa trama riferendosi all'appena uscito nelle sale "Bianca come il latte, rossa come il sangue". 

Alessandro D'Avenia è lo scrittore che ha partorito questo libro di successo, tanto di successo che la LuxVide non ha avuto dubbi nel convertirlo per il grande schermo, il che sta portando ancora più fama all'autore. Un romanzo che come dice l'autore stesso "...non è solo un romanzo di formazione, non è solo il racconto di un anno di scuola, è un testo coraggioso che, attraverso il monologo di Leo – ora scanzonato e brillante, ora più intimo e tormentato -, racconta cosa succede nel momento in cui nella vita di un adolescente fanno irruzione la sofferenza e lo sgomento, e il mondo degli adulti sembra non aver nulla da dire. [...] per offrire con energia al lettore più e meno giovane qualche risposta che, come ogni risposta vera, non aspira a essere definitiva, ma neppure esitante e rassegnata."

Un romanzo che ci aiuta a vedere i professori non solo come insegnanti di cultura, ma anche come maestri di vita. Maestri a 360°, educatori completi. Nessuna sostituzione nella figura materna o in quella paterna, una figura a parte, diversa e unica nel suo genere. I genitore ha un ruolo, i nonni hanno un altro ruolo ancora nella crescita del bambino, dell'adolescente, e i professori hanno un ruolo ancora diverso e specifico. 

Per chi volesse approfondire e scoprire di più dell'autore e dei sui libri, consigliamo di visitare l blog di D'Avenia, Prof 2.0, troverete molti spunti, curiosità e riflessioni del prof. più in voga del momento!




mercoledì 17 aprile 2013

Concorso Letterario Ares Faes: premiazione seconda fase



La premiazione della seconda fase ha chiuso ufficialmente il primo Concorso Letterario organizzato dal Faes in collaborazione con le Edizioni Ares. In gara ragazzi e ragazze di terza media con la passione per la scrittura.

Dopo una prima fase in cui i partecipanti al Concorso dovevano creare una storia partendo da un incipit ideato da Eleonora Fornasari, giovane autrice di programmi televisivi per ragazzi, i nostri aspiranti scrittori hanno ideato un nuovo racconto ambientato questa volta all'interno dell'open day della scuola.

Ad aggiudicarsi i prestigiosi premi sono stati Federico Scolari, Chiara Aramini e Sara Mantovani, rispettivamente primo, seconda e terza classificata.
Pubblichiamo di seguito un estratto dei primi tre racconti classificati.


Sara Mantovani, Istituto Gavia di Verona, terza classificata:
Camminarono ancora 10 minuti, ma stavano perdendo la speranza di trovare qualcosa, ed erano stanchi. Quando ormai avevano deciso di tornare indietro, apparve dal nulla una porta verde. I ragazzi non sapevano come comportarsi: come aveva fatto ad apparire la porta? Potevano fidarsi e aprirla o dovevano tornare subito a casa? Erano spaventati, ma anche molto curiosi. Giulia decise di comportarsi come se la porta fosse sempre stata lì, non apparsa magicamente: la aprì normalmente, mentre gli altri trattennero il fiato. Non successe assolutamente nulla. O almeno, in quel momento. Appena entrati, infatti, si bloccarono incantati. Che sensazione di pace che emanava quella grotta! Splendeva di luce, nonostante fosse chiusa, sottoterra, senza lampade e senza fessure da dove potesse entrare un raggio solare. Ma non era la cosa più stupefacente: al centro della grotta cresceva un albero maestoso. Al posto dei fiori o dei frutti sbocciavano gemme di tutti i colori e di tutte le forme, tutti magnifici. I ragazzi non riuscivano a muoversi, ancora storditi e paralizzati da quella visione. "Ma com'è possibile? Sto sognando? Lo vedete anche voi?". Erano sbalorditi.

Chiara Aramini, Istituto Marcello Candia di Milano, seconda classificata:
Giulia sbatté le palpebre e si avvicinò di più all’amica, mentre questa fissava il foglio con la bocca spalancata. Il discorso! Qualcuno l’aveva scritto, di certo non era stata lei, ma allora chi? Setacciò la sala con gli occhi e si accorse che c’era anche suo fratello. Biro era infatti seduto in seconda fila, con un sorriso stampato sulla faccia. Quando incrociò lo sguardo della sorella sollevò le braccia, pollice delle mani all’insù. Chiara rimase interdetta: possibile che suo fratello in uno slancio di generosità le avesse scritto il discorso? Abbassò gli occhi e scorse rapidamente il foglio. Eccolo lì, in terza riga, scritto a caratteri cubitali, il motto preferito di Biro:LA VITA E’ ROCK. 

Federico Scolari, Istituto Leonardo da Vinci di Basiglio (Mi), primo classificato:
Il botto della pistola dell’arbitro scatenò le urla e gli incitamenti del pubblico e gli atleti corsero il più velocemente possibile, con la chiara nuvoletta che usciva dalle loro bocche ansimanti. Phil, determinatissimo, spinse sulle sue gambe più che poté, fino quasi a inciampare sulla ingannevole ma tanto amata pista d’atletica. I suoi muscoli si tendevano sempre di più e la sua mente era libera da ogni pensiero, se non raggiungere il traguardo poco più avanti di lui. Un avversario lo precedeva, ma non era determinato come il nostro amico e, dopo tanto sforzo, Phil riuscì a vincere il testa a testa con l’avversario. Il ragazzo cadde stremato per terra; il terreno era fresco e umido, ma non sembrava influire sulla gioia del ragazzo. Quasi non credeva di essere riuscito nella sua impresa. La sua testa era confusa e il suo corpo stanco, ma era felicissimo nell’udire i complimenti degli amici a bordo pista. Eh già, c’erano proprio tutti: Chiara, Biro, Virginia, Giulia ed Elisa, tutti riuniti per contemplare la vittoria dell’amico. Fra le grida della folla Phil cominciò a pensare che il black-out dei giorni precedenti non fosse un caso perché tutto si svolgeva nell’esatto modo che desiderava: la folla, la pista, i suoi amici, la sua grande vittoria, il sottofondo della band del suo migliore amico con “We are the champions” se li era immaginati per molto tempo.