Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

lunedì 6 maggio 2013

Chi l'ha detto che dovete lavorare in banca per avere un vero lavoro? Ecco i 10 lavori più strani, ma più pagati!

Studenti.it ha pubblicato l'elenco dei 10 lavori più pagati che nessuno vuole fare!

Al primo posto troviamo il Panettiere "Fare il pane è un'arte. E può essere ben pagata. Si deve però lavorare di notte, in genere da mezzanotte alle 8:00 di mattina. Ma la busta paga è alta. Un panettiere qualificato può guadagnare 2.500/3.000 euro al mese. Vale la pena di fare qualche sacrificio "notturno". E poi si ha tutto il giorno libero! Se poi sapete fare anche la pasta, è il massimo! "

Il secondo gradino è occupato dalla Sarta, quindi ragazze chiedete alle vostre nonne di insegnarvi a cucire a macchina, e se non è questo il vostro lavoro, beh potrete farvi dei bellissimi abiti!

Seguono il Cuoco, non per forza in grandi ristoranti ma anche chef privati, catering e via dicendo; il Falegname, il quale viene definito "Un lavoro molto redditizio. Si è calcolato che in Italia una azienda impiega almeno 7 mesi e mezzo per trovare un falegname. In tempi di difficoltà a trovare lavoro, perché non imparare a costruire qualcosa col legno?"

Quinto lavoro più pagato è il Meccanico, ci si sporca un po' ma i soldi sono assicurati conferma la statistica; a seguire troviamo l'Idraulico e l'Estetista, per cui tra l'altro esistono molte scuole professionali anche davvero esigenti e di ottimo livello.

Gli ultimi tre lavori più pagati, ma poco comuni, sono l'Artigiano, professione ormai in calo purtroppo perché certi lavori come li facevano nelle botteghine non si vedono più, lavoro su cui però si potrebbe puntare davvero, il Made in Italy piace sempre più all'estero; il Conciatore di pelli "Probabilmente gli animalisti inorridiranno... come si può al giorno d'oggi indossare una pelliccia o cose di pelle? Il mercato del lavoro, però, cerca conciatori di pelli, pellicce e pellettieri. E sono sempre di meno quelli che vogliono fare questo lavoro. Ma è una figura professionale di cui c'è molto bisogno. E un bravo conciatore viene pagato molto bene. Ne vale la pena, o no?"; e da ultimo troviamo il Valigiaio, lavoro che pochi conoscono ma che frutta molto,  "ci sono persone disposte a pagare migliaia di euro per una buona borsa o una valigia che non si rompa dopo il primo viaggio. E' un lavoro molto particolare che può farvi guadagnare tanto."

Che ne pensate? Sono lavori che potreste fare? Genitori cosa direste se vostro figlio diventasse Meccanico? 
A voi la palla!

mercoledì 6 febbraio 2013

Scuola e lavoro, come possono collaborare?


Vogliamo oggi proporvi questo articolo, datato 24 Gennaio 2013. Molto interessante perché mette in evidenza il rapporto tra scuole e azienda, tra lo scambio che deve esserci (ma manca) tra insegnamento a scuola e competenze che le aziende richiedono. L'impressione è di trovarsi di fronte ad una situazione grave dove, data per scontata la buona fede di tutti (magari quasi tutti) gli interlocutori, sia difficile anche solo ascoltarsi. E qui forse torna in discussione il ruolo della scuola (ne parleremo di nuovo a breve) e della cultura: quest'ultima deve essere solo finalizzata al lavoro o deve gettare basi ben più ampie che spalanchino anima e mente dei discenti? Cultura è solo inglese, informatica e impresa o è anche di più?
E' malata la scuola o è malata la società che richiede a questa scuola solo tecnica e non cultura?
La scuola è davvero cristallizzata in un tempo che non esiste più o invece difende valori e tradizioni senza le quali la società crollerebbe?
Sarebbe il caso anche di capire di quali valori si parla, ma per ora più in generale la riflessione va al rapporto tra questi due mondi che oggi più che mai sembrano non solo lontani ma anche guardarsi in cagnesco e in lotta. 
Voi che ne pensate? Leggete e fateci sapere qual è la vostra opinione!

Eccola, la mia filiera di riferimento. Parte dalla scuola, confluisce molto presto nel lavoro, passa per la capacità di creare un’impresa o parteciparvi, valorizza i meriti a prescindere dal genere ma nella diversità riconosce un valore. Eppure questa è oggi nel nostro Paese una filiera profondamente malata. Le cui carenze sopportiamo quotidianamente.
È malata la scuola. Sebbene il Rapporto sulla Qualità della Scuola in Lombardia ne faccia un quadro a tinte rosa – e forse perché la mia esperienza è legata alla città in cui sono cresciuta e lavoro, Mantova – spesso nei fatti, percepisco la scuola (non tutta naturalmente) come una entità ferma, immobile e cristallizzata. Senza tempo.
Ancora in attesa della circolare che comunichi ufficialmente ai docenti e dirigenti che sono stati inventati il personal computer e la banda larga. Una scuola che non sa cosa sia l’impresa e che non trasmette ai nostri figli il valore di un mestiere, sia esso industriale o artigianale.
Una scuola con testi sorpassati che spiegano su carta cosa sia un ciclo produttivo,quando la più grande ricchezza dei nostri territori sono le piccole e medie imprese che lo studente non vedrà mai, se non quando intraprenderà la carriera lavorativa, cosa che accade sempre più in là nel tempo.
Una scuola estranea alle logiche del merito e del mercato. Quel mercato che dovrebbe tornare ad essere luogo di produzione e scambio di valore. Questa scuola non aiuta noi donne, noi imprenditrici, noi madri, noi lavoratrici. Questa scuola ci illude che siamo meritevoli in base ai canoni del livellamento delle competenze, del conformismo e dello stereotipo, dell’appiattimento verso il basso.
È una scuola nella quale noi donne ce la caviamo ed anzi superiamo i nostri colleghi maschi. Ma che ci penalizza quando ci troviamo alle prese con il primo lavoro, con la concertazione all’interno dell’azienda, quando siamo chiamate a dimostrare i nostri meriti, quando avremo una famiglia e ci sentiremo in colpa per non poter crescere i nostri figli a tempo pieno.
È malato il contesto lavorativo. Un mercato del lavoro troppo rigido che non ci agevola e non ci consente di scegliere con libertà la professione per cui siamo vocate, o di cambiare lavoro con serenità. Così come non ci agevolano la contrattualistica o leggi come la recente riforma del lavoro, che attraverso la retorica delle tutele irrigidiscono gli orari di lavoro, ci impediscono di rimanere libere professioniste (riconoscendoci l’autonomia di decidere orari e luoghi della prestazione), ci impediscono di lavorare da casa o infine di partecipare a riunioni di lavoro durante la maternità obbligatoria quand’anche lo volessimo.
È malata anche molta parte di quella impresa italiana che ha pensato troppo a lungo di poter sopravvivere senza la scienza, la conoscenza, la ricerca, l’innovazione, la cultura, lo studio, l’aggiornamento. Ha pensato che il vento favorevole della crescita economica sarebbe bastato a supplire a quel minimo di conoscenze teoriche che invece acquisivano i nostri competitor d’Oltralpe.
È malata, è profondamente malata, la relazione tra scuola e lavoro.  Questa distanza abissale e inspiegabile tra una scuola inadeguata ai tempi che corrono e un mondo del lavoro che chiede competizione, elasticità, dinamismo, mette in crisi prima di tutto noi donne. Perché la scuola non allena alla competizione.
Perché l’impresa non riconosce il merito. Per questo la filiera deve tornare ad avere un senso complessivo, rappresentare un processo compiuto e coerente, senza soluzione di continuità.  La scuola deve tornare a dialogare col mondo imprenditoriale e col mercato. La scuola deve conoscere il contesto produttivo, le imprese, gli imprenditori, il territorio, i suoi punti di forza e di debolezza, i distretti, i quartieri industriali e artigianali.
Gli imprenditori e le imprenditrici devono fare scuola nel senso che devono poter trasmettere la loro esperienza e profonda conoscenza del mestiere agli studenti,ma anche nel senso che le imprese non possono smettere di studiare e progredire. Se davvero crediamo che dell’apporto femminile non si possa fare a meno, scuola e lavoro, educazione e imprenditorialità, merito e valore debbono tornare ad essere al più presto le facce della stessa medaglia.  Le donne sono scolasticamente le migliori. Dimostriamo che anche sul lavoro è possibile.
di Arianna Visentini

mercoledì 5 dicembre 2012

Generazione 2.0? Ci vuole S.T.I.L.E.



Connessa, globale, interattiva. Sono le caratteristiche della generazione 2.0, quella parte della popolazione italiana compresa tra i 18 e i 30 anni (il 14% dell’intera popolazione) che è cresciuta contestualmente al boom del Web 2.0. Una generazione che non utilizza Internet solo per cercare informazioni, ma vive direttamente il mondo della Rete attraverso i social network (il 91% è iscritto ad almeno uno), partecipando a forum online (55%), seguendo un blog con continuità (34%) o gestendolo in prima persona (17%). 

Questo è quanto emerge dalla ricerca condotta dall’istituto Duepuntozero Research dal 2008 ad oggi. Sempre più protagonista del mercato, la Generazione 2.0 costituisce un target di riferimento particolarmente significativo per le aziende: saper dialogare in modo costruttivo con la Net Generation italiana può determinare il successo di un brand. 

Ma quali sono i segreti per conquistare il cuore della Generazione 2.0 italiana? Imprese e istituzioni devono agire secondo lo S.T.I.L.E.: Socialità, Trasparenza, Immediatezza, Libertà, Esperienza. 

I ragazzi della Generazione 2.0 guardano un video (92%), guardano profili, bacheche e foto di altri (84%), condividono link o contenuti (79%), leggono le opinioni su marche e prodotti (74%), consultano post e commenti nel web (65%), partecipano a concorsi a premi (63%), scrivono qualcosa di sé e dei propri pensieri (61%), seguono i consigli in rete di persone che non conoscono (59%). 

“Spesso maltrattata e fraintesa dai media – sottolinea Federico Capeci, autore della ricerca – la Generazione 2.0 rappresenta una grande opportunità per il nostro Paese. E’ cresciuta nel web 2.0, senza vincoli di tempo, luogo, comunicazione; condivide i valori della trasparenza, della collaborazione, del mettersi in gioco in prima persona; non ha stereotipi, miti o dogmi a cui appellarsi, se non il loro stesso fare ed essere quotidiano."

Connessa, globale, interattiva, la Generazione 2.0 è l’opportunità del cambiamento nel nostro Paese.

venerdì 22 giugno 2012

L'internazionalizzazione è un must!




Chi è chiuso nella gabbia di una sola cultura, la propria, è in guerra col mondo e non lo sa”. 
Robert Hanvey

In una società sempre più multietnica come la nostra, l’apprendimento della lingua inglese è molto importante, per non dire davvero indispensabile. Che lo si voglia o meno, l’inglese è diventato la lingua più utilizzata nel mondo del lavoro e nella comunicazione internazionale e persino coloro che oggi non ne hanno bisogno non potranno farne a meno domani.
L'uso fluido e corrente della lingua inglese diventerà a breve, se non lo è già diventato, una discriminante per l'accesso al mondo del lavoro: un vero e proprio gateway che respingerà chi non è capace di leggere, comprendere e parlare nella lingua di Shakespeare. O forse per meglio dire quella di Steve Job.  

Se non basta parlare del mondo del lavoro è bene sapere che anche il mondo accademico sta abbandonando l'italiano per globalizzarsi. Anche le università italiane hanno iniziato ad uniformarsi al resto d’Europa istituendo corsi di laurea in lingua inglese: all'inizio furono i master, poi i corsi di specializzazione e il secondo biennio, e adesso anche il corso triennale diventato ormai multilingue. La Bocconi vanta il primato per aver introdotto nel 2001 la prima laurea in International Economics and Management. A seguire il Politecnico di Milano e quello di Torino con un progetto integrato con l'Università Jiao Tong di Shanghai. La Sapienza a Roma ha puntato sull'inglese come lingua esclusiva per la laurea in Computer engineering. Oggi ci sono quindi diversi accordi con università straniere per il riconoscimento del doppio titolo.

Ricordate il film di Paolo Villaggio “Io no spik inglish”, dove l’attore genovese interpretava Sergio Colombo, impiegato di una compagnia assicurativa assorbita da una multinazionale inglese? Si vedeva costretto a partire per un corso totale di inglese ad Oxford, dove come compagni di banco aveva un gruppo di ragazzini delle elementari. Come possiamo evitare che i nostri figli, tra qualche anno, siano i “Sergio Colombo” del futuro? Anche perché forse non avranno nemmeno l'opportunità data all'impiegato genovese....

Una buona partenza sarebbe quella di cominciare ad insegnare le prime paroline e le prime semplici regole, ovviamente sottoforma di gioco, già negli asili nido e nelle scuole materne, cosa che peraltro avviene già all’estero ed in qualche struttura privata in Italia. Come si dice “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Questo per inculcare già nella testa dei più piccini quanto sia importante, per il proprio bagaglio culturale e per il proprio futuro lavorativo, la conoscenza di un’altra lingua (oltre la propria) e dell’inglese in particolare.

Per prepararsi quindi al meglio al salto all’università le scuole italiane dovrebbero “insistere” con una sempre maggiore internazionalizzazione degli alunni. A tal proposito le scuole Faes dispongono di diversi progetti legati a questo tema.

Si comincia con l'asilo Aurora che insegna molto più che le semplici basi della lingua inglese ai bambini di età prescolare (ma su questo torneremo presto).

Col Centro linguistico Language Point poi, le scuole Faes di Milano hanno strutturato un'offerta integrata di corsi di lingua inglese per tutti gli studenti, seguendone lo sviluppo e l'intero percorso formativo, dalla Scuola dell'Infanzia alla Scuola Superiore; la sinergia tra i docenti madrelingua di Language Point e i docenti curriculari permette agli alunni di giungere all'acquisizione di specifiche competenze linguistiche, attraverso un intervento didattico mirato, con la possibilità di confrontarsi con una vera e propria lezione in lingua, esattamente come accadrebbe in una scuola estera.

In ultimo, in esclusiva per i Licei Argonne e Monforte di Milano, l'associazione diplomatici predispone un’attività formativa volta alla conoscenza del funzionamento delle Nazioni Unite: i ragazzi più meritevoli avranno così l’opportunità di recarsi al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, dove discuteranno problematiche di carattere internazionale in qualità di rappresentanti del loro Paese.

Facciamo dunque in modo che i nostri ragazzi possano dire “Yes, I do speak english! And american too!"

venerdì 15 giugno 2012

Il mondo del web fuori dalla crisi?


Noi genitori abbiamo paura, inutile nasconderlo: non riusciamo a vedere chiaro nel futuro dei nostri figli. La crisi? Il lavoro? Le sicurezze? Molto diverso il mondo di oggi da quello che Alberto Fedel ne L'era dello squalo bianco (bel libro diventato blog) definiva della trota ("diplomati in ragioneria e trova posto in banca"). Un modo crudo e cinico. Eppure la speranza si può coltivare, perché oggi più che mai l'iniziativa, la caparbietà, la creatività possono costituire la base per il successo. Vogliamo raccontare una storia qui, che parla di proprio di questo, di come a vent'anni sia possibile costruirsi un futuro con le proprie mani. Come facevano i nostri nonni.








Puoi dire che ti sta antipatica, che si sopravvaluta, che ormai ha raggiunto vertici di arroganza esagerati. Puoi. Magari non ci prendi, ma è lecito. Puoi considerarla finita, o prenderne le parti sostenendo un complotto contro di lei, ma non puoi fare meno di considerare che è una che ce l’ha fatta. E con genialità. E arrivando in tutto il mondo.
Perché lì dov’è adesso c’è arrivata con determinazione, volontà, strategia e intelligenza. Ed essere una gran bella ragazza certamente non l’ha danneggiata. Anche se non s’è buttata in politica.
Chiara Ferragni è un personaggio pubblico: in tre anni è passata da navigare nella sua stanzetta a firmare collezioni di moda, sfilare per le principali case e viaggiare tra una presentazione di collezioni e l’altra. In tutto il mondo. Il suo blog bilingue totalizza circa 2 milioni di contatti. Al giorno! Hai voglia a criticarla poi: sembra solo frutto di invidia! Perché puoi anche dire che il blog è banale, noioso, poco brillante. Poi come li giustifichi 1.775.000 click tutti i santi giorni?
Chiara è sotto accusa perché, qualcuno ha scoperto e rivelato on-line, che ha chiesto cifre a quattro zeri per presenziare ad un evento di moda.
Si fa pagare? Quindi non è una blogger dura e pura?
Che cosa c’è di strano? È il suo lavoro! Forse che i blogger che scrivono di marketing lo fanno perché spinti da un irresistibile afflato umanitario avvolto di volontarismo sociale? O non per costruirsi una reputazione e attrarre clienti? E chi scrive di cucina lo fa per placare la fame nel mondo? O per promuovere il suo prossimo libro di ricette?
Ma non è questa la sede per dare giudizi morali che sarebbero anche molto temerari. 

Non voglio qui parlare di lei e della sua vita né proporla come modello esistenziale. 

Qui voglio cogliere una strategia, il percorso professionale che è stata capace di costruirsi, costruendo un personaggio, e ancora di più un lavoro, in poco tempo e in anni intrisi di crisi da spezzare i polsi.
Come c’è riuscita? 
Lo spiega lei stessa, ovvio: dal suo punto di vista, in questo post del suo blog di moda raccontando come è stata selezionata da AmEx per il loro progetto Show Your Potential. Ed è una lettura interessante dalla quale dobbiamo cercare di spremere le giuste idee da applicare, adeguandole e adattandole, alla nostra realtà.
Chiara è un esempio di come la rete possa realmente costituire un trampolino di lancio e di come una sapiente miscela di on e off line aiuti ad avere successo.

La lezione da trarre è semplice e la possiamo riassumere in questi tre punti:

1)   costruisciti una solida reputazione on line prima di monetizzare il successo. Quindi abbi pazienza, lavora per il futuro, che non è così lontano, e non per il presente. La visione miope uccide, il capo alto verso l’orizzonte salva.
2)   Pensa ampio e ambizioso: il mondo non è lontano. Se una 24enne che ha aperto il suo blog il 24 ottobre 2009 (sì, fanno meno di 32 mesi) in piena crisi è riuscita a conquistare il mondo, che cosa non si può immaginare e fare?
3)   Il web bisogna saperlo usare. Come scrive Jovanz74, espertissimo del web e padre dell’esperimento mediatico Gilda35 Chiara Ferragni ha delle competenze sul web broadcasting che fanno spavento”. Oggi è imprescindibile dominare le logiche del web e capirlo per bene: non lo sai fare? Basta scegliere il consulente affidabile che vuoi e le strade sono spalancate.

La crisi si può battere, basta pensare fuori dalla scatola. Aiutiamo i nostri figli a farlo